Alceste e il peso dell’autenticità in un mondo che premia le apparenze e i compromessi sociali
di CHRISTIAN MONTANARO – Fuggire dagli altri o da noi stessi? Nell’ epoca delle connessioni virtuali e del dover apparire a tutti i costi una figura come il buon Alceste sembrerebbe oggi quasi rivoluzionaria.
Ma in fondo anche in epoca odierna è arduo definire cosa significhi stare in compagnia degli altri o solo di noi stessi.
Visto che la verità fa notoriamente male e la cruda sincerita deve il più delle volte far spazio a diplomatici compromessi per il cosiddetto quieto vivere.
Ecco, quindi, che, magicamente, un testo del 1966 di Molière, “il Misantropo”, resti ancora maledettamente attuale.
Spingendoci a riflettere su cosa sia la verità e quanto costi dirla o piegarsi alle convenzioni sociali.
D’altronde ci sarà un motivo se Giovanni Soriano scriveva che “non c’è essere più infelice su questa terra di un misantropo costretto a vivere in un condominio”.
Tutto questo e anche altro ha rivissuto di attualità ieri sera nell’ omonimo spettacolo, “Il misantropo”, portato in scena al “Piccolo Teatro Eugenio D’Attoma”, una autentica istituzione sul terreno nel valorizzare testi impegnati trasfusi in chiave moderna.
I cinque atti originari della commedia, ridotti a più clementi due, sono stati ben rappresentati dai bravissimi interpreti in scena, con un credibilissimo Roberto Romeo (uno degli attori più validi del nostro panorama meridionale) nelle vesti del controverso Alceste e una intrigante Sarah Pofi a dare le fattezze alla bella Celimene.
Ma brava tutta la compagnia a fare fluire senza pesantezza le onde di una commedia che, lo ricordiamo per chi non lo sapesse, era tra le favorite di Goldoni e Goethe e che già a quei tempi è stata rappresentata ben 34 volte nei teatri francesi.
Non arriviamo a pensarla come Emile Michel Cioran quando diceva che “il diritto di sopprimere tutti quelli che ci infastidiscono dovrebbe figurare al primo posto nella costituzione della città ideale”, ma arriviamo tuttavia ad apprezzare la capacità di non omologarsi alla società convulsa e contraddittoria del contestato Alceste.
Uno che, al tirar delle somme, soffre forse più di ogni altro il suo essere se stesso e il suo ancestrale rompere gli schemi dello status quo.
Quello che impone a tutti noi di interpretare un ruolo e di essere ingranaggi di un meccanismo che ci risucchia sino a farci perdere la nostra identità.
Ponendoci la domanda conclusiva: “e se tutti internamente fossimo degli Alceste ed esternamente degli Oronte”?
Essere o non essere?
La ricordate?
È e sarà sempre attuale.
Nel passato, nel presente e probabilmente anche nel futuro.
Che ci si chiami Alceste, Pancrazio o che si sia concorrenti del grande fratello.








