Alla Borsa Merci di Foggia il grano pagato come dieci anni fa: agricoltori allo stremo

Alla Borsa Merci di Foggia il grano duro è ancora quotato 31 euro al quintale come nel 2015, ma intanto pane e pasta sono aumentati fino al 53%. CIA Puglia denuncia il rischio collasso: «Così si abbandona la cerealicoltura e si apre la porta al grano estero di dubbia qualità»

La fotografia è impietosa: dieci anni sono passati, ma per il grano pugliese sembra che il tempo si sia fermato. Il prezzo alla Borsa Merci di Foggia per il grano duro “fino” è ancora oggi, 30 aprile 2025, tra i 310 e i 315 euro a tonnellata. Era esattamente così il 29 aprile 2015. Un dato immutato che però si scontra con l’aumento continuo dei costi di produzione e con un’impennata dei prezzi al consumo di prodotti come pasta e pane.

Nel 2015, un chilo di pasta costava in media 1,20 euro. Oggi il prezzo medio è di 1,62 euro (+35%). Il pane è passato da 2,75 a 4,20 euro al chilo (+53%). Ma ai produttori viene riconosciuto lo stesso valore di dieci anni fa.

«Siamo all’assurdo, le quotazioni sono identiche a quelle del 2015, mentre i costi per produrre grano sono saliti vertiginosamente» dichiara Angelo Miano, presidente di CIA Agricoltori Italiani per la provincia di Foggia. «Da un lato i prezzi sempre più bassi del grano italiano e, dall’altro, costi alle stelle stanno portando al collasso la nostra cerealicoltura».

Miano punta il dito anche contro l’importazione massiccia da Paesi extra UE: «Se contro il nostro grano è in atto una guerra commerciale, con l’incremento delle importazioni da Paesi come la Turchia, allora è bene che anche noi introduciamo i dazi per proteggere e valorizzare le nostre produzioni».

Il rischio è di vedere ripetersi lo stesso declino che ha colpito altre coltivazioni un tempo strategiche. «Rischiamo seriamente di soccombere contro la crescente importazione senza controlli. Senza strumenti come Granaio Italia, siamo del tutto disarmati», prosegue Miano. «Nonostante la scarsità di prodotto nazionale e la domanda crescente di grano 100% italiano, i prezzi continuano a essere mortificanti».

Anche Gennaro Sicolo, presidente regionale e vicepresidente nazionale di CIA, lancia l’allarme: «Come in una guerra, stiamo perdendo terreno. Le semine sono ai minimi storici. Si rinuncia a coltivare grano e cresce la dipendenza dall’estero».

Secondo Sicolo servono interventi strutturali: «Occorre maggiore trasparenza nei mercati e il riconoscimento dei reali costi di produzione. Serve uno strumento che li certifichi per impostare in modo chiaro i termini della contrattazione».

La rinuncia alle semine è già oggi una realtà consolidata, ma potrebbe assumere proporzioni drammatiche se i prezzi dovessero restare ancora artificialmente bassi. «Bisogna fermare subito questa spirale al ribasso. Le conseguenze economiche e occupazionali sono insostenibili. A perderci sarà l’intera filiera italiana del grano-pasta, compresi i consumatori» avverte Sicolo.

Il monito finale è chiaro: «Oggi il valore riconosciuto al grano italiano non copre nemmeno i costi di produzione. Le importazioni massicce, la siccità, i costi energetici, le lacune infrastrutturali e uno squilibrio di filiera stanno distruggendo la cerealicoltura nazionale». E conclude con un appello ai consumatori: «Scegliete solo pasta realizzata interamente con grano italiano. È una questione di qualità, ma anche di sopravvivenza per l’agricoltura del nostro Paese».

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