La memoria di un delitto politico-mafioso che ha segnato la storia della Repubblica e il coraggio di chi ha pagato con la vita la scelta della legalità
di LUIGI DEL VECCHIO – GENERALE GDF IN CONGEDO e SCRITTORE – Il giorno dell’Epifania di questo nuovo anno riporta il ricordo e la memoria indietro di 46 anni, ad uno dei delitti di mafia più sconcertanti che ha vissuto il nostro Paese.
Il 6 gennaio 1980, in una domenica che celebrava un solenne significato religioso, un sicario uccise a Palermo, con una serie di colpi di pistola, Piersanti Mattarella, allora Presidente della Regione Sicilia e fratello dell’attuale Capo dello Stato.
Il politico era in macchina con la moglie, nei giorni festivi rifiutava la scorta. La donna supplicò al killer di non sparare ma fu inutile.
Dopo iniziali ipotesi che ricondussero l’omicidio ad una matrice terroristica condotta da un sedicente gruppo neofascista, fu subito chiaro che la firma dell’agguato era stata apposta dalla mafia.
Erano, quelli, gli anni in cui la Sicilia sembrava un mondo in miniatura dove il male appariva, crudele e inaspettato, anche nei giorni di festa. Un male che aveva impresso le sue mani insanguinate sul territorio, appropriandosene, più forte del dolore e della violenza stessa.
Anni in cui si camminava per le strade e si vedevano morti ammazzati, corpi ancora caldi di una vita che era sfilata via nel breve istante di un colpo di arma da fuoco.
Anni in cui emergeva, con il suo insopportabile puzzo illegale, il quadro sconcertante di un mondo istituzionale che nascondeva l’inconfessabile, plasmava al suo interesse ambigue e compromettenti presenze. Spesso, anche poco riconoscibili.
Lo stesso Paolo Borsellino, ebbe più volte a dichiarare che iniziò ad occuparsi di mafia per caso. Poi divenne per lui una questione morale, troppa gente gli moriva intorno.
Anche i bambini erano abituati a vedere ed a subire di continuo la morte, come un appuntamento di gioco al quale non potevano assolutamente mancare. Esseri leggeri e innocenti che, seppure in vita, non sapevano di essere già condannati a toccare con le loro fragili dita l’orrore più bieco.
Come dimenticare quanto accadde al piccolo Giuseppe Di Matteo, rapito all’età di dodici anni, rinchiuso per 779 giorni al buio e poi strangolato e sciolto nell’acido per punire il padre Santino, collaboratore di giustizia.
La mafia fa schifo, lo faceva anche in quegli anni. Come definirla se non così?
Lo sapeva benissimo Piersanti Mattarella, lo aveva intuito già da tempo. Probabilmente, lo pensava anche quella mattina di 46 anni fa quando, con la sua famiglia e da cattolico fervente, si stava recando a messa per celebrare l’Epifania, la prima manifestazione di Gesù all’intera comunità.
La sua colpa, agli occhi assassini di Cosa Nostra e non solo?
In primo luogo, il suo esempio di coraggio e legalità. Nessuno può dire non mi interessa, amava dire soprattutto ai giovani e agli studenti.
Poi, partendo da questi presupposti, l’inizio di un’opera intensa e determinata di modernizzazione e pulizia morale all’interno dell’Amministrazione regionale contrastando, tra l’altro, l’ex Sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, considerato il referente politico dei corleonesi.
Anche i suoi stessi compagni di partito, in un’abile messinscena, evocavano gli ideali che egli intendeva portare avanti ma nessuno, realmente, ebbe a fornirgli il giusto appoggio.
Giovanni Falcone definì la morte di Piersanti il prototipo dell’omicidio politico, connotato da enormi concause che proteggevano interessi economico finanziari che andavano ben oltre i confini regionali.
A Palermo, infatti, nulla appariva certo nel tessuto sociale. La politica era corrotta e incline al compromesso, le carenze e le dimenticanze erano volute, le sottovalutazioni cercate, i buchi neri deliberatamente lasciati irrisolti.
E’ passato quasi un mezzo secolo da quella mattina di inverno in cui la gioia della festa si tramutò in un macigno implacabile.
La fotografia, in bianco e nero, del nostro Presidente della Repubblica che abbraccia il fratello insanguinato nell’ultimo disperato tentativo di salvarlo non ha solo un valore storico ma è l’immagine – seppure contornata dall’angoscia di quegli istanti di paura – di un’autentica forza e dignità a cui rendere onore.
Ciò che ha fatto superare al nostro Paese una lunga e triste pagina di storia senza cedere ai deliri violenti di chi, di tali forme, ne faceva una regola di vita.
Il sangue e il sacrificio delle vittime di mafia – come anche quelle di terrorismo – hanno consentito di creare un solco profondo tra l’Italia della vergogna, dei depistaggi, dell’occultamento delle verità, delle stragi e la rabbia e la ragione della risposta civile.
“ Li avete uccisi ma non vi siete accorti che erano semi “, scrive Pier Paolo Farina, fondatore di Wikimafia.
Su quel solco inizialmente macchiato di sangue, ora, germogliano fiori colorati e la limpidezza di insegnamenti di cui è importante custodire il ricordo e la memoria.








