8 marzo, niente da festeggiare

Dalla parte della Streusa, pensieri e parole fuori dal coro. Rubrica femminista, libera e onesta – Considerata una festa prima (ma non dalle donne) un momento di profonda riflessione e ripartenza oggi

di PAMELA PANCOSTA – Giornata Internazionale dei Diritti della Donna, 8 marzo, mimose, auguri.

Negli anni evoluta in ricorrenza significativa, sentita e vissuta come occasione di riflessione con tanto di upgrade che ha, fortunatamente, eliminato la detestabile “festa”.

Le mimose belle e semplici, colorate e profumatissime, tenaci e beffarde che fioriscono quando la primavera è ancora lontana, diventate a ragione simbolo di questo giorno surclassando la snob e aristocratica violetta.

Ma cosa ci sarà mai da festeggiare se nel mondo esistono creature oltraggiate, mortificate nella dignità di esseri umani in nome di un fanatismo ipocrita e becero che niente ha a che fare con la fede e con la cultura? Nulla.

Auguri per cosa se le nostre sorelle non possono opporsi alla violenza fisica, psicologica, verbale?

Non possono rifiutare un matrimonio imposto.
Non possono avere un’infanzia.
Non possono studiare
Non possono lavorare
Non possono guidare un’auto
Non possono mostrare il volto
Non possono votare
Non possono decidere del proprio destino.

Donne che appartengono, proprietà di un uomo alla stregua di un oggetto qualsiasi e che si tratti del marito, padre, fratello non ha alcuna importanza. Vite in balia degli umori altrui, purché dotati di pene.

E non sono così lontane le terre nelle quali queste barbarie accadono ogni giorno, ogni minuto. Sentiamo queste donne violate più vicine che mai.

Nei nostri paesi “evoluti” stessa solfa, niente da festeggiare per le troppe, insulse, vergognose disparità. C’è poco da stare allegre se ci troviamo in seria difficoltà quando tentiamo di far valere i nostri (ancora insufficienti) diritti ottenuti con enorme fatica. E ce li teniamo stretti tentando di smuovere le coscienze, facendo luce dove il buio dell’ignoranza è più fitto. Se a qualcosa può servire l’istituzione di questa giornata che sia per dare visibilità alle incongruenze, alle ineguaglianze bloccate nel limbo del maschilismo e del patriarcato.

Ma noi donne, siamo pesanti, si sa. È tutto vero.

Siamo pesanti perché vogliamo rimanere costantemente focalizzate nel superare ostacoli incomprensibili a chi è privilegiato.

Siamo pesanti perché vogliamo scegliere l’abbigliamento con la stessa spensieratezza di chi opta per un paio di bermuda per andare a lavoro o una camicia slacciata a mostrare il villoso (o glabro) petto.

Siamo pesanti perché vogliamo ci venga stretta la mano quando raggiungiamo un traguardo professionale o di studio, senza alcun tipo di illazione a corredo.

Siamo pesanti perché vogliamo ricevere lo stesso trattamento economico dei portatori di pisello, a parità di mansioni e di competenze.

Siamo pesanti perché vogliamo scegliere con serenità di non procreare, in una società che ci vuole madri per forza.

Siamo pesanti perché vogliamo dare alla luce i nostri figli senza dover rinunciare alla carriera.

Siamo pesanti perché vogliamo che il ruolo del padre sia quello di accudente, di genitore, non di “mammo” (la parola più odiosa del mondo).

Siamo pesanti perché vogliamo che le faccende domestiche siano affare comune, non una nostra esclusiva.

Siamo pesanti perché vogliamo sentirci sicure di attraversare la città di notte senza rischiare la vita e perché vogliamo cambiare idea all’ultimo minuto.

Siamo pesanti perché vogliamo vivere e non continuamente combattere per questo.

Siamo pesanti perché vogliamo mantenere vivo ciò che abbiamo faticosamente conquistato a dispetto di chi ritiene il femminismo superato (e si sa quanto questo provochi diversi, pruriginosi fastidi).

Siamo pesanti perché non odiamo gli uomini, ma vogliamo essere amate, considerate, rispettate, indipendenti, proprio come loro.

Siamo pesanti, ma vogliamo non esserlo, vogliamo avere un peso.

Anche oggi, domani e dopo.

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