L’esposizione di Grazia Varisco è stata proposta dal direttore scientifico e curatore Paolo Bolpagni e accolta con entusiasmo da Dominique Rimbaud, presidente della Fondazione
Grazia Varisco, una delle più grandi artiste contemporanee italiane, reduce dalla partecipazione alla Biennale di Venezia nel Padiglione Centrale e da una recente mostra antologica a Palazzo Reale a Milano, presenta negli spazi della Fondazione leccese Biscozzi-Rimbaud una piccola ma preziosa mostra di diciassette opere che coprono l’intero arco della sua carriera, dalla fine degli anni Cinquanta al 2009, in un percorso in cui i singoli lavori costituiscono un corpo unitario, pur conservando ciascuno la propria originalità.
“Sensibilità percettive” è la terza rassegna temporanea realizzata dalla nascita della Fondazione, nel 2018 per volontà di Luigi Biscozzi (1934-2018) e di sua moglie Dominique Rimbaud e aperta al pubblico dal 2021, che costituisce per la Puglia un centro d’eccellenza per l’arte contemporanea.
L’esposizione di Grazia Varisco è stata proposta dal direttore scientifico e curatore Paolo Bolpagni e accolta con entusiasmo da Dominique Rimbaud, presidente della Fondazione, tra i cui scopi riveste un ruolo centrale l’educazione ai linguaggi del contemporaneo.
Si parte da “Tema e svolgimento (1957-1959)”, risalente al periodo di apprendistato all’Accademia di Brera dell’artista, definito “semplice e lieve” dal curatore Paolo Bolpagni, “un rotolo di carta caduto e l’idea di trarre da un simile evento casuale lo spunto per un’interpretazione estetica”.
L’opera rivela la sensibilità percettiva della Varisco e il suo porsi in osservazione e “in ascolto” costante della realtà.
Nel 1959-1960 comincia l’avventura del cinetismo con il famoso Gruppo T: la loro poetica è incentrata sul concetto variazione dell’immagine nella sequenza temporale. In mostra sono presenti due esemplari delle “Tavole Magnetiche” (Tavola magnetica a elementi quadrati del 1959 e Tavola magnetica trasparente “Filamenti liberi” del 1960), con elementi fissati al supporto tramite magneti e quindi “spostabili”: oggetti semplici, dalle forme regolari e geometriche, oppure filamentose e aree.
«Per Grazia Varisco, spiega Bolpagni, è anche un invito al gioco, ma la componente ludica, che pure è presente e importante, non esaurisce il significato di questi lavori, che implicano la partecipazione attiva dello spettatore e la moltiplicazione delle possibili configurazioni dell’opera stessa, che perde la sua aura di compiutezza definitiva».
Della stagione cinetica, ultima grande avanguardia europea, in mostra si trovano quattro: Oggetto cinetico luminoso (1962), Variabile + Quadrionda 130, Scacchiera nera (1964), +Rossonero- (1968) e Oggetto ottico-cinetico (1968-1969), i primi due dotati di motore elettrico e dunque di un movimento connaturato all’opera stessa.
«Una immagine, scrive Bolpagni, generata da configurazioni che appaiono e scompaiono alternatamente, prodotte dall’interferenza tra dischi rotanti nei quali sono intagliate trame che lasciano filtrare la luce suscitata dalla sorgente elettrica che cambiano, con il mutare della posizione dell’osservatore, la percezione di ciò che è contenuto nella scatola, così da innescare un continuo spostamento del punto di vista, una situazione d’instabilità tipica dell’accadere della realtà».
Negli anni Settanta l’artista sperimenta la manipolazione libera della carta e del cartoncino: nascono le Extrapagine e gli Extralibri. Presenti quattro lavori in mostra: Meridiana 2 (1974), Extralibro (1975), Spazio potenziale (1976) e Extrapagina “Spartito musicale” (1977).
«Gli Spazi potenziali, prosegue Bolpagni, segnano un altro momento importante: la Varisco qui si diverte ad aprire, scomporre e ricomporre i telai di ferro delle sue opere, dove le strisce metalliche aggettanti creano l’immagine insieme con l’ombra da esse proiettata, in un meccanismo percettivo che è sempre mutevole e instabile».
Nella seconda metà degli anni Ottanta, la Varisco crea il ciclo Fraktur: in mostra si trovano Implicazioni B (1986), Incastro giallo (1987) e Fraktur – Ferro 1 (1997).
E poi, degli anni Duemila, Quadri comunicanti (2008) e Filo rosso (2009).
La mostra si chiude con Silenzi (2006), articolazione di piani e vuoti prodotta dalla sovrapposizione di semplici telai.
Un saltare da un concetto all’altro per interpretare il mondo di un’artista visionaria e senza dubbio ad alto tasso di creatività.
Per maggiori informazioni:
www.fondazionebiscozzirimbaud.it








