Un’analisi sull’evoluzione degli stili alimentari in Italia e sulle loro conseguenze sanitarie, sociali ed economiche: tra la crisi del modello mediterraneo, l’aumento dell’obesità e la necessità di una nuova strategia di prevenzione per la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale
del Generale CC. Dott. Enzo Greco, già Direttore Ufficio analisi e valutazione strategica della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Mentre viene redatta la seguente analisi, sulle conseguenze degli stili di vita alimentari in Italia, apprendo con piacere che il nostro Paese è il primo al Mondo ad aver approvato una legge che riconosce l’obesità come una vera e propria malattia “progressiva e recidivante”. Il 01.10.2025, infatti, il Senato ha approvato in via definitiva il testo del DDL n.1483 (legge Pella), già licenziato dalla Camera, che detta le disposizioni per la prevenzione e la cura dell’obesità. Un testo di appena sei articoli che interessa la condizione di circa 6 milioni di italiani e di interesse prioritario per la salute della popolazione, ma anche una priorità in termini di costi: sovrappeso e obesità sono un’emergenza planetaria tanto che il World Obesity Atlas prevede che l’impatto economico globale raggiungerà 4,32 trilioni di dollari all’anno entro il 2035, se le misura di prevenzione e cura non miglioreranno.
L’alimentazione in Italia è storicamente legata alla Dieta Mediterranea, riconosciuta come patrimonio UNESCO e modello di sostenibilità nutrizionale, basata su frutta, verdura, cereali integrali, legumi, olio d’oliva e un consumo moderato di proteine animali.
Nonostante questo, in Italia, negli ultimi decenni si osserva un allontanamento da questi principi, con un aumento del consumo di alimenti ultra-processati ricchi di zuccheri, sale e grassi saturi. Questo shift influisce non solo sulla salute individuale, ma anche sui costi del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), che deve affrontare un carico crescente di malattie croniche prevenibili legate a stili di vita scorretti. Secondo dati recenti, circa il 14% dei decessi in Italia è attribuibile a rischi dietetici, come basso consumo di frutta e verdura o eccesso di zuccheri e sale, per un totale di 87.000 morti nel 2019, un valore inferiore alla media UE del 17%.
Nel 2025, le statistiche sull’alimentazione in Italia rivelano un quadro misto. Secondo l’ISTAT, oltre 23,3 milioni di adulti (circa il 46% della popolazione over 18) sono in sovrappeso o obesi, con un tasso di obesità superiore al 10%. Il consumo di frutta e verdura è in calo: meno del 50% degli adulti ne assume le porzioni raccomandate quotidianamente, con una tendenza al ribasso rispetto agli anni passati. Tra i bambini di 8-9 anni, quasi 3 su 10 bevono bevande zuccherate o gasate ogni giorno, con picchi al Sud Italia. Riguardo agli stili di vita, il 19,3% degli adulti fuma e il 15,4% consuma alcol in modo rischioso, mentre l’inattività fisica colpisce oltre l’80% della popolazione, con solo il 20% che pratica almeno 150 minuti di esercizio fisico settimanale (contro il 33% della media UE). Tuttavia, emergono trend positivi: il 51% delle donne segue una dieta equilibrata, con un aumento nel consumo di alimenti vegetali (31% per le verdure, 28% per la frutta), spinto da una maggiore consapevolezza verso sostenibilità e salute. Nel 2025, si prevede una crescita della ricerca di “salute del cervello” attraverso l’alimentazione (+57% in un anno), con enfasi su longevità e cibi funzionali.
L’alimentazione scorretta è un fattore chiave per malattie croniche non trasmissibili. Nel 2021, 109.000 italiani sono morti prematuramente per cause legate a una dieta non sana, inclusi sovrappeso e obesità. L’obesità, che colpisce circa 5,5-6 milioni di adulti, è associata a un rischio maggiore di diabete (prevalenza al 6,6%, +65% in 20 anni), malattie cardiovascolari (principale causa di morte, 30,5% dei decessi) e alcuni tumori. Il diabete interessa 4 milioni di italiani, con un’incidenza in crescita legata a diete ipercaloriche. La mortalità prevenibile in Italia è del 27% inferiore alla media UE, ma la COVID-19 ha amplificato l’impatto di queste patologie, rappresentando il 23% dei decessi prevenibili nel 2020. Al Sud, la speranza di vita in buona salute è inferiore (55,5 anni vs. 59,7 al Nord), in parte per disparità nutrizionali.
La spesa sanitaria italiana nel 2021 era del 9,4% del PIL (2.792 euro pro capite), inferiore alla media UE dell’11%, con il 75% finanziato pubblicamente. Le malattie legate all’alimentazione incidono pesantemente: l’aumento del sovrappeso da stili nutrizionali errati rappresenta il 9% della spesa SSN, costando 289 euro annui per italiano. Per l’obesità, i costi totali ammontano a 13,34 miliardi di euro (0,8% del PIL), di cui 7,87 miliardi diretti per il SSN (59% del totale, circa il 4,8% della spesa sanitaria complessiva), inclusi ricoveri, farmaci e calo di produttività. Il diabete genera costi diretti per 14 miliardi di euro, principalmente per complicanze legate a diete sbilanciate.
Complessivamente, queste patologie contribuiscono ad un 3,3% di contrazione annua del GDP (Prodotto interno lordo dell’UE) europeo, con l’Italia che vede un maggiore accesso ai servizi sanitari da parte di obesi. Tra le cause, il consumo di cibi ultra-processati è il driver principale, con disinformazione e modelli di consumo fuorvianti che erodono la tradizione mediterranea. La pandemia ha peggiorato le abitudini, con un aumento dell’obesità infantile e adulta.ù
Disparità regionali amplificano il problema: al Sud si riscontra una prevalenza maggiore di obesità per fattori socio-economici. Dal 2000 al 2023, l’obesità è cresciuta del 36,4%, con proiezioni per un ulteriore aumento. Nel 2025, emerge una controtendenza verso alimenti sostenibili e salutari, spinti da una maggiore consapevolezza o presa di coscienza sulla longevità.
In conclusione, si può affermare che investire in prevenzione può ridurre i costi. Una riduzione del 20% nelle calorie derivanti da ultra-processati servirebbe a prevenire 688.000 malattie croniche entro il 2050, risparmiando 278 milioni di euro annui (7 miliardi in 25 anni). La chirurgia bariatrica e nuovi fondi (1 milione annuo per 2025-2027) migliorano la qualità della vita e riducono nettamente le spese del SSN. In sintesi, promuovere in Italia la Dieta Mediterranea, senza trascurare comunque i controlli sul grano ed altri beni alimentari (l’Italia è leader in UE) importati da Paesi UE ed extra UE, contaminati da glifosato ed altri pesticidi dove l’uso di queste sostanze è permesso, che purtroppo sono causa di ulteriori indiscutibili malattie in danno prioritario dell’utenza nazionale (gli italiani risultano essere i maggiori consumatori al mondo di pasta e farinacei in genere) senza tralasciare ovviamente, come si è detto, una educazione nutrizionale, sono la chiave per la sostenibilità. Un SSN orientato prevalentemente alla prevenzione migliorerebbe la vita della popolazione italiana, stabilizzerebbe i costi, aumentando di conseguenza la produttività.








