La Puglia terza regione del Sud Italia per emigrazione dei giovani. Analisi e valutazioni

LO STATO DRITTO – I dati Istat e SVIMEZ fotografano la fuga delle nuove generazioni verso il Centro-Nord: occupazione qualificata, PNRR e ZES le leve decisive per provare a invertire il trend e trattenere i giovani sul territorio

di ENZO GRECO, Generale CC. già Direttore Ufficio analisi e valutazione strategica della Presidenza del Consiglio dei Ministri – I dati Istat e le elaborazioni connesse (SVIMEZ, CNEL e fonti regionali) confermano che la Puglia, dopo Campania e Sicilia, è stabilmente la terza regione del Mezzogiorno per volume assoluto di emigrazione giovanile verso il Centro-Nord. Questo emerge con chiarezza dai comunicati Istat più recenti sulle migrazioni interne ed estere (dati 2024/2025 pubblicati ad agosto 2026) nonché dai rapporti su giovani e capitale umano.

Nei trasferimenti dal Sud verso il Centro-Nord, la Puglia genera circa il 17,7-19,9% del totale (a seconda dell’anno e fascia di età), la Campania il 28-29% e la Sicilia il 23-25%. Nel 2025, i movimenti complessivi dal Sud al Centro-Nord sono stati circa 112 mila (perdita netta per la Puglia di circa 45 mila residenti). Per i giovani (spesso 18-34 anni) i numeri sono ancora più concentrati su queste tre regioni, peraltro le più popolose.

Tra il 2019 e il 2025 il Mezzogiorno d’Italia ha perso 150 mila giovani laureati italiani tra i 25-34 anni (–122 mila diretti al Centro-Nord e –28 mila verso l’estero) e la Puglia contribuisce in misura rilevante a questa emorragia. Nel periodo 2002-2024, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno (SVIMEZ) stima che circa 350 mila laureati under 35 sono usciti dal Sud verso il Centro-Nord, con la quota di laureati tra i migranti 25-34enni passata dal 20% a quasi il 60%. Nel 2024 i giovani tra i 15-34 anni, che hanno lasciato la Puglia sono stati oltre 18 mila (circa 2,2% della popolazione di quella fascia di età).

Le destinazioni principali per chi lascia la Puglia sono la Lombardia (28%), l’Emilia-Romagna (20%), ma anche Lazio e altre regioni settentrionali. L’emigrazione internazionale dalla Puglia è relativamente contenuta rispetto ad altre regioni meridionali.

Il fenomeno non è solo strutturale ma anche selettivo in quanto non si tratta di un “esodo generico”, ma della perdita di capitale umano giovane e qualificato poiché chi emigra dal Sud è mediamente più istruito rispetto a quelli che restano e questa selettività è aumentata nel tempo. L’aspetto appena evidenziato produce un impoverimento demografico e produttivo nella considerazione che la popolazione tra i 18 ed i 35 anni in Puglia è calata del 6,8% tra il 2019 e il 2026. In 10 anni (2014-2024) la perdita di 15-34enni è stata dell’ordine del 14%. Tutte le province sono coinvolte, con Foggia e alcune aree del Salento spesso più colpite in termini relativi, mentre Bari regge relativamente meglio. SVIMEZ e altre stime quantificano in miliardi di euro l’anno la perdita di investimento pubblico in istruzione poiché i laureati formati al Sud producono il loro valore in altre aree geografiche. Si aggiunge l’effetto sui servizi, sulla natalità e sull’invecchiamento accelerato, oltre che sul mercato del lavoro, con tassi di occupazione giovanile più bassi, retribuzioni inferiori (media netta laureati pugliesi intorno ai 1.600 euro), scarsità di opportunità qualificate, densità di imprese innovative limitata e persistenza di NEET (giovani tra i 15 ed i 34 anni che non studiano, non lavorano e non frequentano corsi di formazione). Alcuni settori come il turismo e l’edilizia hanno creato posti di lavoro, ma spesso a basso valore aggiunto e non sufficienti a trattenere i giovani più qualificati.

Per quanto concerne gli aspetti positivi o attenuanti va detto che una parte dei flussi è “temporanea” o di ritorno (anche se i rientri non compensano le uscite) e alcune province (Bari) mostrano maggiore capacità di attrazione/ritenzione mentre l’immigrazione straniera e i saldi con l’estero mitigano in parte il calo complessivo della popolazione.

È meno “allarmante” se si guarda ai tassi (dove le piccole regioni del Sud sono peggiori), ma più grave se si considera l’impatto sul tessuto produttivo e sociale di una regione come la Puglia di quasi 4 milioni di abitanti. Il rischio principale è un circolo vizioso se si considera che la presenza di giovani meno qualificati sottintende una minore crescita e una marginale innovazione, che inevitabilmente alimenta una ulteriore spinta all’emigrazione.

Le politiche di contrasto, come gli investimenti in filiere ad alto valore, l’attrazione di imprese, l’aumento dei servizi e delle retribuzioni oltre che il rafforzamento degli atenei e del trasferimento tecnologico, restano decisive, ma i risultati finora non hanno invertito il trend strutturale. I dati 2025 mostrano una leggera attenuazione degli espatri verso l’estero a livello nazionale, ma lo squilibrio interno Sud-Centro/Nord resta assolutamente netto.

A mio avviso, è proprio questo il momento propizio per orientare lo sviluppo economico del territorio pugliese e tentare, nel prossimo futuro, di trattenere i giovani ed in particolare quelli laureati. Per attuare ciò è necessario sfruttare al massimo il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) e la ZES (Zona Economica Speciale unica per il Mezzogiorno). Si tratta di due leve strategiche complementari dirette a sostenere gli investimenti in capitale fisico e nella produttività di opere pubbliche, reti, innovazione e filiere (es. rinnovabili, batterie, bus elettrici), che generano domanda di lavoro qualificato e migliorano le condizioni dell’offerta a medio-lungo termine oltre che l’occupazione e la formazione, con contributi rilevanti verso un impiego giovanile strutturato e stabile, approfittando delle norme a disposizione come i contratti di sviluppo e le misure semplificate in grado di garantire l’impegno in termini di investimento delle imprese.

In conclusione, il PNRR e la ZES possono aiutare in modo significativo lo sviluppo economico e l’occupazione qualificata giovanile nel territorio regionale se trasformano la spinta congiunturale in crescita strutturale basata su investimenti privati, produttività e lavoro stabile di qualità. Certo non sono una soluzione automatica all’esodo, ma rappresentano, in questo momento, gli strumenti più rilevanti a disposizione delle amministrazioni per invertire il divario e trattenere i giovani a condizione di piena attuazione, sinergie e focus sulla qualità dell’occupazione piuttosto che solo sui volumi. I prossimi anni saranno decisivi per comprendere se la ripresa possa diventa strutturale.

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