Arriva la sospensione dell’appalto da parte di Acciaierie d’Italia: 145 aziende e migliaia di operai fuori dalla fabbrica

Un gesto che arriva come un fulmine a ciel sereno e diffonde quel senso di precarietà che aleggia già da anni sullo stabilimento tarantino

Il management di Acciaierie d’Italia (Adi), che gestisce il siderurgico più grande d’Europa, ha reso pubblica la sospensione di tutte le attività dell’appalto, escluse quelle necessarie alla produzione, per circostanze non precisate ma dette “superiori”, legate anche all’aumento degli impiegati in cassa integrazione. Un gesto che arriva come un fulmine a ciel sereno e diffonde quel senso di precarietà che aleggia già da anni sullo stabilimento tarantino.

La decisione comporta una serie di conseguenze: migliaia di lavoratori si ritroveranno con il badge disattivato e non potranno entrare in fabbrica per lavorare. Ora, il governo Meloni dovrà intervenire come già sollecitato dai leader di Cgil, Cisl e Uil, dato che la gestione della fabbrica è nelle mani di una società in cui lo Stato partecipa al 40%.

Di recente, i rappresentanti di Confindustria regionale e locale hanno denunciato gravi ritardi nei pagamenti della aziende di indotto e appalto, con crediti per circa 100 milioni relativi a lavori effettuati, fatturati e non pagati. La decisione riguarda 145 imprese dell’appalto, molte delle quali fanno parte del tessuto economico tarantino. Il blocco riguarda lavori, trasporti, manutenzioni e altre attività.

Acciaierie d’Italia, senza preavviso, ha sfrattato le imprese, intimando con urgenza la smobilitazione entro domani mattina, «qualora il cantiere di esecuzione degli ordini sia attivo presso il nostro stabilimento». Si temono ovviamente delle mobilitazioni da parte dei lavoratori bloccati che potrebbero dirigersi verso la statale Appia, che si trova in direzione dello stabilimento. Inoltre, da lunedì aumenterà anche la cassa integrazione per il personale diretto. Secondo fonti sindacali, infatti, «i tecnici, che finora sono stati esclusi dalla cassa integrazione, dovranno effettuare due giorni a settimana».

La reazione dei sindacati dei metalmeccanici non è mancata, Valerio D’Alò e Biagio Prisciano, rispettivamente segretario nazionale e locale della Fim Cisl hanno commentato «È un gesto gravissimo che mette a rischio migliaia di posti di lavoro. La ricaduta occupazionale sarà massiccia. Se Acciaierie d’Italia e l’ad Lucia Morselli pensano di utilizzare questa situazione per premere sul governo e cercare di ottenere le risorse del miliardo di euro del dl Aiuti, hanno sbagliato i conti e vedranno l’opposizione del sindacato».

D’Alò ha aggiunto «La vita dei lavoratori e delle loro famiglie non può essere usata come arma di ricatto. Questo è l’ennesimo affronto istituzionale all’Italia da parte del gestore della fabbrica, che fa il bello e il cattivo tempo con l’economia di un territorio e con la vita delle persone».

Mentre sulla tempistica della decisione presa da Adi, per i sindacalisti della Fim Csil «è singolare che l’improvvisa stretta dell’azienda arrivi a poche ore dall’incontro che lunedì i sindacati dei metalmeccanici hanno organizzato proprio a Taranto con i parlamentari del territorio per confrontarsi sulla situazione dell’ex Ilva. Anche questa è una forma di pressione, una strumentalizzazione».

Davide Sperti, segretario Uilm Taranto, ha affermato che non rimarranno fermi a guardare il “funerale” del territorio per via di Acciaierie d’Italia. Anche Franco Rizzo, coordinatore provinciale dell’Unione sindacale di base (Usb), si è espresso «Acciaierie d’Italia porta all’esasperazione il rapporto con le aziende dell’appalto, bloccandole e apre a Taranto un altro pesantissimo capitolo sul piano occupazionale. Non sono meno di duemila i lavoratori ai quali da domani sarà negato l’ingresso in fabbrica. Unico scopo di Acciaierie d’Italia è quello di avere altro denaro. Riteniamo che le risorse pubbliche non devono servire per pagare i debiti contratti da Adi, ma bensì per mettere in sicurezza la fabbrica e per la comunità. Arrivati a questo punto, chiediamo al governo un aumento della quota societaria dello Stato nella società mista che gestisce lo stabilimento, in modo che diventi socio maggioritario rispetto al privato di Arcelormittal».

Anche per Fiom Cgil si tratta di una provocazione «L’azienda improvvisamente scopre di essere in difficoltà. Un mese fa l’amministratore delegato raccontava che nonostante le piccole riduzioni della capacità produttiva dovute all’emergenza gas, lo stabilimento era in ottima salute e che non si prevedevano cambiamenti tali da compromettere il futuro dell’acciaieria. Ancora una volta di prova a usare i lavoratori come grimaldello nei confronti dei governi esclusivamente per battere cassa», dichiarano Gianni Venturi, responsabile nazionale siderurgia per la FiomCgil e Giuseppe Romano, segretario generale Fiom-Cgil a Taranto.

Per Fiom, l’azienda «necessita di maggiori investimenti e non di fermare l’appalto, mettendo ulteriormente a rischio salute e sicurezza dei lavoratori».

Per Alessandro Dipino di Ugl metalmeccanici, «ciò che sta accadendo è vergognoso e pericoloso. Già il mese scorso erano state sospese le richieste di acquisto e di fornitura e da giovedì i lavori appaltati. E anche sul fronte della cassa integrazione, i sindacati precisano che «l’ammortizzatore sociale è già su livelli molto alti e la fabbrica da mesi è quasi ferma, con due impianti importanti, acciaieria 1 e altoforno 2, inattivi da luglio»

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