Il primo maxi processo alle Brigate Rosse segnò una svolta decisiva nella lotta dello Stato italiano contro il terrorismo degli anni di piombo e contro la strategia della violenza armata
di LUIGI DEL VECCHIO – Generale di Brigata GdF in congedo e scrittore – Il ricordo di taluni anniversari legati alla storia del nostro Paese riempiono, spesso, la mia memoria. La assorbono man mano che trascorrono gli anni della mia vita.
Il 17 maggio 1976 ebbe inizio a Torino il primo maxi processo contro le Brigate Rosse, la principale organizzazione terroristica di estrema sinistra in Italia, attiva tra il 1970 ed il 1988.
Le B.R. sono state una banda di spregevoli assassini che si ponevano l’obiettivo di distruggere lo Stato italiano attraverso la lotta armata ed il terrorismo.
Le oltre 200 vittime che esse piegarono alla loro crudeltà segnarono una delle pagine più buie della Repubblica, i famigerati anni di piombo.
Un processo destinato a entrare nella storia
Una data qualunque ma destinata ad entrare nella cronaca giudiziaria del nostro Paese in quanto, sin dalle prime udienze, fu chiara e netta la sensazione che non sarebbe stato un processo qualunque.
La storia dei brigatisti rossi, l’analisi del male che essi con disprezzo iniziavano a portare avanti, lo studio del loro fatuo progetto “politico” era, in quei giorni, ancora agli albori, o quasi.
Sino a quel momento, era stata caratterizzata da gesti dimostrativi: sequestri lampo, sparatorie, rapimenti che avevano lo scopo di dare allo Stato segnali indicativi di esistenza.
Quasi un bussare alla porta, con la violenza.
Sul banco degli imputati i capi storici delle BR
Sul banco degli imputati sedevano i primi capi storici delle Brigate Rosse, coloro i quali sono stati definiti da molti intellettuali di sinistra, con urtante benevolenza, gli ideologi dell’organizzazione.
In realtà, si trattava di una sparuta banda di malfattori capeggiata dal fondatore Renato Curcio, da Alberto Franceschini e da oltre una ventina di altri personaggi minori, tra cui Nadia Mantovani, unica donna.
Le accuse, nei loro riguardi, andavano dalla banda armata al sequestro del magistrato genovese Mario Sossi.
Per consentire alla Corte d’Assise di Torino di celebrare il processo fu riadattata una dismessa caserma al cui interno si creò un’aula bunker protetta da centinaia di uomini in divisa.
In essa, quel 17 maggio, filtrava un’aura speciale dove non si respirava solo il desiderio di legalità e di ripristino dell’ordine democratico ma molto altro.
Torino e il clima degli anni di piombo
Il capoluogo piemontese ne faceva da cornice con il tratto distaccato della sua eleganza e del suo fascino ma anche con il disagio delle prime proteste sociali che già rimbalzavano sul suo territorio e su quello nazionale.
Le immagini in bianco e nero della prima udienza ricordano la selva di pugni chiusi e alzati degli imputati, gli slogan deliranti sostenuti dal loro fastidioso vociare, il rifiuto di ogni forma di difesa, gli sguardi di sfida ai giovani carabinieri in divisa cachi che li piantonavano, la follia delle teorie complottiste.
Frequenti interruzioni protrassero il processo sino al giugno 1978, poco più di due anni di udienze.
I terroristi, infatti, non volevano che le idee rivoluzionarie venissero giudicate e revocavano i difensori di fiducia da loro stessi nominati ad ogni inizio dibattimento, costringendo la Corte a citare difensori di ufficio.
Molti di essi e le loro famiglie venivano minacciati di morte o ritorsioni prima di accettare l’incarico.
La lunga scia di sangue
In quei venticinque mesi dibattimentali, mentre i capi storici delle B.R. sfidavano verbalmente la Giustizia nell’aula bunker, la frangia armata e libera segnò una lunga scia di sangue che percorse la penisola con i primi omicidi.
Solo per citarne alcuni, il giudice Francesco Coco e i due poliziotti della sua scorta, rappresentanti delle Forze dell’Ordine e della Polizia Penitenziaria, il coraggioso avvocato Francesco Croce, punito con la vita perché aveva accettato di presiedere, dopo ben 55 rinunce legali, un collegio di difensori di ufficio.
Sino al culmine della strategia del terrore con il sequestro Moro e la strage della sua scorta, il 16 marzo 1978, posto in essere dal commando guidato da Mario Moretti.
Ad ogni fatto delittuoso seguiva, durante la celebrazione delle udienze, la sua esaltazione ed il suo plauso da parte di quel manipolo di ingabbiati compiaciuti di essere i protagonisti di una guerra, a loro pensiero, già vinta.
La risposta dello Stato
Il primo maxi processo ai capi storici delle Brigate Rosse si concluse il 23 giugno 1978.
Curcio venne condannato a 15 anni. Oggi ultraottantenne, si è rifatto una vita e una famiglia ma non si è mai pentito né ha mai rinnegato il passato.
Franceschini venne condannato a 14 anni. È morto nell’aprile 2025, poco meno che ottantenne. Anche lui, pur esprimendo pentimento, non ha mai rinnegato la militanza.
Il primo maxi processo ai brigatisti rossi, contraddistinto dall’orrore per l’assassinio dell’avvocato Croce e da mille difficoltà, riuscì tuttavia ad essere celebrato nel pieno delle regole processuali dettate dalla legislazione penale vigente.
Platone diceva che la giustizia, nella vita e nella condotta dello Stato, è possibile solo se prima risiede nei cuori e nelle anime dei cittadini.
I brigatisti non avevano né cuore né anima. Ecco perché la risolutezza dello Stato riuscì a sconfiggerli ed a far vacillare il teorema basato sulla folle idea di proporre con il terrore un assetto diverso della società.
L’opinione pubblica, anche la stessa base operaia su cui i brigatisti avevano reclutato i primi adepti, iniziò a capire che costoro altro non erano che i nemici di tutti e soprattutto, come ha scritto Mario Calabresi, «esaltati che, sentendosi spiriti eletti, giocavano a fare la rivoluzione».
Il valore del dissenso e della libertà
La spinta forte e coraggiosa del processo di Torino è stata la scia che ha condotto, alcuni anni dopo, a sancire la fine del terrorismo.
Il diritto al dissenso non ha mai bisogno delle armi, della violenza e dell’aggressività ma solo di una visione chiara della giustizia e della libertà.
«Pensammo una torre / Scavammo nella polvere», scriveva Pietro Ingrao, tra i padri della nostra Repubblica.
Non bisogna declinare il sogno di una società diversa e più giusta né abbandonare l’ideale.
Dobbiamo scavare nella polvere per essere sempre pronti a ricostruire un mondo nuovo pur se qualcuno, con il sangue, pensa di ridurlo in mille pezzi.
Allora, come anche oggi.
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