Pancina pride e childfree, a ognuno la sua bandiera

La maternità come discriminante delle capacità individuali, al lavoro e nella vita privata

di PAMELA PANCOSTA – Succede ancora. Sento e vivo le esperienze di donne della mia età, più giovani soprattutto, che si trovano o si sono trovate ad affrontare colloqui basati su richieste di informazioni sulla vita privata che nulla hanno a che vedere con la preparazione, l’esperienza, le capacità professionali e personali.

Candidate preparate, competenti, forti di curricula carichi di esperienze multisettoriali, all’estero, pagine e pagine colme di qualifiche di livello annullate di fronte all’unica domanda che non si dovrebbe mai porre ad un incontro di lavoro, durante la conoscenza, mentre si cerca di instaurare un minimo contatto umano con una persona. “Hai/vuoi figli?”.

È insopportabile. Il peso della bilancia è subordinata dall’opzione procreazione, ma solo se sei una ragazza, a un uomo nessuno mai si sognerebbe di chiedere se intende o meno riprodursi o se l’ha già fatto, perché tanto non serve. 

Mi stupisco ancora e non dovrei perché capita ogni giorno in qualunque settore, a qualsiasi piano della struttura gerarchica nel lavoro e nella vita privata. Ho provato a comprendere, inutilmente, ho tentato anche di accettare questa realtà, ma il mio sistema nervoso si rifiuta categoricamente.

Ancora non realizzo quale sia il motivo per il quale generare un erede dovrebbe renderci per forza migliori di altri e non comprendo come si possa essere meno efficienti figliando. L’impegno in questo caso potrebbe esser più gravoso, certo, ma con la giusta dose di collaborazione dalla parte coinvolta nel concepimento è possibile conciliare entrambe cose. Rimango fermamente convinta che in un caso o nell’altro si possano vivere esperienze lavorative appaganti e straordinarie e vite complete, piene di cose belle e altrettanto soddisfacenti.

In un mondo in cui qualsiasi desiderio può essere esaudito con un click è la maternità supposta o reale a fare la differenza sul giudizio altrui. Quasi sempre questo tipo di teorie vengono supportate da estenuanti monologhi filosofico-naturalisti sulla materia esposti con fervore, ma senza richiesta, da sedicenti esperti il più delle volte improvvisati o incalzati dalle imposizioni sociali o anticonformismo deciso, a seconda dei casi.

Esistono inclinazioni personali, biologiche, ideologiche che indirizzano verso un strada o l’altra, meritevoli allo stesso modo di considerazione e rispetto. E invece no, la critica si fa decisa e impertinente, lapidaria. È capitato di recente e capiterà ancora a me, a tante altre.

L’ultima volta è stata talmente inaspettata che ho faticato a tenere a bada l’impeto della parolaccia, ho trattenuto a fatica la voglia di rispondere piccata alla domandaccia. Capita di rado che riesca a mordermi la lingua, ma ho preferito lasciar cadere la risposta tra le altre, per non darne importanza. So di aver sbagliato, me ne rendo conto, solo non ho sopportato l’idea di dover spiegare troppo di me come immagino sia capitato ad altre nella stessa situazione.

La maternità non può essere metro di giudizio perché argomento riservato, troppo delicato e intimo per una donna. Non parliamo poi del dolore che l’urticante quesito provoca in chi, pur desiderando una gravidanza e affrontando sacrifici enormi nel cercarla, vede naufragare inesorabilmente il sogno. Una fitta in fondo all’anima.

Esistono anche creature che confidano di non aver mai provato la frenesia del pargoletto che corre su e giù per casa. Oneste, leali, impavide perché bisogna essere dotate di grande coraggio nel sostenere il proprio naturale essere quando i preconcetti la fanno da padrone. In un caso e nell’altro sarebbe opportuno evitare l’argomento al lavoro come nella quotidianità sociale.

Che si sventoli la bandiera delle pancine orgogliose o del movimento childfree, la scelta deve rimanere custodita nella sfera privata di ognuno e lì deve restare, senza che ingerenze esterne possano scalfirne la sacralità.

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