Un anno di scontri armati, migliaia di vittime e l’intervento delle potenze regionali e globali. Tra attacchi mirati, cessate il fuoco precari e il ruolo strategico di Hezbollah e dell’Iran, la crisi rischia di estendersi ben oltre i confini del Medio Oriente
del Generale CC. Dott. Enzo Greco già Direttore Ufficio analisi e valutazione strategica della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Il conflitto tra Libano e Israele, in particolare l’escalation del 2023-2024, è un tema complesso con radici storiche profonde e dinamiche geopolitiche che coinvolgono attori regionali e internazionali. La contesa ha origini nella guerra arabo-israeliana del 1948 e si è intensificata con la presenza di gruppi armati palestinesi in Libano, come l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), a partire dagli anni ’60.
Tra le principali fasi vanno ricordate l’Operazione Litani (1978) in cui Israele invase il Libano meridionale per contrastare gli attacchi dell’OLP, creando una “fascia di sicurezza” al confine; la Prima Guerra del Libano (1982) allorquando, con l’operazione “Pace in Galilea”, Israele occupò il Libano meridionale fino a Beirut per colpire l’OLP, portando all’espulsione di quest’ultima. Il conflitto causò migliaia di morti, tra cui il massacro di Sabra e Shatila, e favorì la nascita di Hezbollah; la Seconda Guerra del Libano (2006) che venne scatenata dal rapimento di due soldati israeliani da parte di Hezbollah, fu un conflitto di 34 giorni che causò circa 1.200 morti libanesi, soprattutto civili, e ingenti danni alle infrastrutture. La risoluzione ONU 1701 stabilì una zona smilitarizzata a sud del fiume Litani, ma la sua applicazione è stata limitata.
Il conflitto recente è iniziato l’8 ottobre 2023, quando Hezbollah ha lanciato razzi e proiettili contro le posizioni israeliane nelle Fattorie di Shebaa, in solidarietà con l’attacco di Hamas a Israele del precedente 7 ottobre. In quella circostanza, Hezbollah ha condotto attacchi transfrontalieri, mentre Israele ha risposto con droni, artiglieria e raid aerei nel Libano meridionale, colpendo postazioni di Hezbollah.
Nel 2024, Israele ha intensificato le operazioni con un attacco preventivo il 25 agosto, seguito da due ondate di attacchi contro dispositivi elettronici di Hezbollah (cercapersone e walkie-talkie) il 18-19 settembre, causando centinaia di feriti. Il 27 settembre, un raid aereo su Beirut ha ucciso il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, e successivamente il suo successore, Hashem Safieddine, decapitandone i vertici. Il 1° ottobre 2024, Israele ha avviato l’operazione “Frecce del Nord”, con incursioni terrestri nel Libano meridionale per smantellare le infrastrutture militari di Hezbollah.
Il 27 novembre 2024 è entrato in vigore un cessate il fuoco di 60 giorni, mediato dagli Stati Uniti, che prevede il ritiro di Hezbollah a nord del fiume Litani e il graduale ritiro israeliano dal Libano meridionale. L’esercito libanese ha schierato 5.000 soldati per monitorare la zona, con la supervisione di un gruppo di cinque paesi guidato dagli USA. Tuttavia, Israele si riserva il diritto di colpire minacce immediate.
Gli attacchi israeliani hanno causato oltre 1.600 morti in Libano, di cui almeno 120 civili, e migliaia di feriti, con bombardamenti che hanno colpito aree densamente popolate, come Beirut e la valle della Bekaa. Più di un milione di persone sono sfollate, con 102.523 profughi interni registrati e circa 60.000 persone rimaste nelle zone del conflitto senza poter avere accesso ai servizi di base. Case, scuole, ospedali, infrastrutture idriche ed elettriche sono stati gravemente danneggiati. Settantadue scuole hanno chiuso, compromettendo l’istruzione di 20.000 bambini e sei strutture sanitarie sono state distrutte.
Il Libano, già in una grave crisi economica e politica, con due terzi della popolazione in povertà, è stato ulteriormente destabilizzato. I rifugiati siriani in Libano, circa 600.000, affrontano restrizioni e discriminazioni, aggravando la loro vulnerabilità.
Israele ha come obiettivo quello di neutralizzare la minaccia di Hezbollah, che possiede un vasto arsenale missilistico (stimato in decine di migliaia di razzi) e tunnel al confine.
La distruzione delle infrastrutture di Hezbollah e la creazione di una zona cuscinetto sono priorità strategiche per Israele perché Hezbollah, sostenuto dall’Iran, è visto come un proxy di Teheran. Gli attacchi israeliani, inclusi quelli in Siria, mirano a indebolire la rete regionale iraniana.
Hezbollah peraltro ha legato il conflitto libanese alla guerra di Gaza, rifiutando un cessate il fuoco separato senza una risoluzione del conflitto palestinese. La morte di Nasrallah e altri leader ha indebolito il movimento, ma la sua struttura decentralizzata e il sostegno iraniano garantiscono la sua resilienza.
L’Iran, dal canto suo, pur evitando un confronto diretto, ha intensificato il sostegno a Hezbollah, aumentando così il rischio di un’escalation regionale.
Nel contesto internazionale gli Stati Uniti hanno mediato il cessate il fuoco e continuano a sostenere Israele, ma la loro influenza è limitata dalla riluttanza di Hezbollah e Hamas a negoziare separatamente, mentre in Europa, leader come la premier italiana Giorgia Meloni hanno chiesto una de-escalation, esprimendo preoccupazione per la sicurezza dei contingenti UNIFIL, che include truppe italiane. La Cina si oppone agli attacchi indiscriminati contro i civili, mentre la Russia critica Israele anche nel tentativo di distogliere l’attenzione dall’Ucraina.
Va ad ogni modo evidenziato che la missione UNIFIL è sotto pressione, con accuse a Israele di violare la risoluzione 1701. La presenza di caschi blu non ha impedito le operazioni militari israeliane, sollevando dubbi sulla loro efficacia.
Il conflitto peraltro rischia di espandersi coinvolgendo Siria, Iran o altri gruppi come gli Houthi yemeniti. Gli attacchi israeliani in Siria, come quello che ha ucciso una giornalista a Damasco, indicano un allargamento del teatro operativo.
La crisi dei rifugiati e la destabilizzazione del Libano potrebbero alimentare tensioni settarie interne, riaccendendo il rischio di conflitti confessionali.
L’accordo del 27 novembre è senza dubbio precario in quanto la presenza di Hezbollah a sud del Litani, nonostante l’impegno al ritiro e il diritto di Israele a colpire minacce immediate potrebbero riaccendere il conflitto.
La crisi umanitaria e la debolezza del governo libanese, in carica solo per gli affari correnti dal 2022, limitano la capacità di stabilizzare il paese. L’elezione di Joseph Aoun come presidente nel 2024 è un primo passo, ma non risolve le divisioni interne.
L’indebolimento di Hezbollah potrebbe spingere l’Iran a rafforzare altri proxy, mentre Israele cerca alleanze “periferiche” in Siria per contrastare Teheran.
La risoluzione 1701 rimane il quadro di riferimento, ma la sua applicazione richiede un impegno internazionale più robusto e un accordo politico che affronti sia il conflitto libanese e sia quello palestinese.
In conclusione, il conflitto Libano-Israele del 2023-2024 riflette tensioni storiche e nuove dinamiche geopolitiche, con Hezbollah come attore centrale sostenuto dall’Iran e Israele determinato a neutralizzarne la minaccia.
L’escalation ha aggravato la crisi umanitaria in Libano e rischia di destabilizzare ulteriormente la regione. Il cessate il fuoco di novembre 2024 offre una pausa, ma la sua tenuta dipende dalla volontà di tutte le parti di rispettare gli accordi e di affrontare le cause profonde del conflitto, inclusa la questione palestinese.
Senza una soluzione politica inclusiva, il rischio di una “terza guerra del Libano” rimane concreto che potrebbe estendersi anche ad altri Paesi sostenitori e finanziatori di Hamas e soprattutto di Hezbollah.








