Dalla parte della Streusa, pensieri e parole fuori dal coro. Rubrica femminista, libera e onesta – Il trend che spopola sui social non porta in realtà la novità sperata. Il confronto con il passato cambia solo forma e diventa più fruibile, con o senza AI
di PAMELA PANCOSTA – Anno nuovo, nuovo trend, ormai è tradizione consolidata.
Il 2026 appena iniziato è già più giovane di dieci anni, con tanto di hashtag dedicato: #2016. Ormai tutti, vip e persone comuni, sfoggiano orgogliosi caroselli di immagini di una gioventù passata o quasi, che fanno sorridere e rimpiangere un tempo non troppo lontano, ma che nei nostri ricordi appare più autentico, più vero. Questione di prospettive, in fondo.
Se osserviamo il fenomeno con occhi sognanti certo, scovare vecchie foto salvate su cellulari, pc, tablet ha qualcosa di romantico, poetico, è un gesto che abbiamo quasi dimenticato, un’abitudine che ci manca molto. Chi non ricorda le pile di album colmi di cartoline colorate dei nostri momenti più belli, quelli più divertenti o delle scatole piene di scatti solitari affidati a macchinette usa e getta o nel migliore dei casi a sofisticate fotocamere reflex di qualche professionista? Erano momenti meravigliosi quelli dell’attesa dello sviluppo del rullino, quella dolce paura del risultato stampato e inalterabile delle pose plastiche irripetibili. Poi il progresso e le innovazioni hanno cambiato le carte in tavola, è diventato tutto fruibile in pochi secondi.
Scatta, scegli, modifica, posta. In pochi minuti il risultato è perfetto.
Quella dolce nostalgia però si è fatta strada tra i più giovani, che di fatto quelle sensazioni non hanno vissuto. Generazione Z, Millenias creano profili paralleli per condividere la parte più autentica delle proprie vite, più o meno ordinarie, ma questa volta senza filtri.
Da questo rispolvero della bellezza di quel che è stato nasce il trend 2016 che ha rapidamente invaso Instagram e TikTok, di giorni in giorno sempre più carichi di immagini imperfette, le stesse rimaste nell’oblio degli archivi personali perché non confacenti le mode del momento.
Artisti come Ghali, tra i primi ad abbracciare la nuova tendenza, hanno creato un secondo profilo per anticipare progetti di lavoro, preparare i follower a ciò che sta per accadere e stabilire un contatto più vero.
Tutta questa voglia di tornare a come eravamo prima non è nuova, torna periodicamente, con nomi diversi, qualche differenza di gestione, ma sempre di rievocazione del passato si tratta. Divertimento di certo, ma l’impressione è che si tenti di ritrovare quella parta più genuina della nostra socialità che pare perduta per sempre.
Tornare al “prima”, a “si stava meglio quando si stava peggio” è fisiologico, a dirla tutta. Ci si arriva con l’età, l’esperienza, le (brutte) avventure del quotidiano, ma diventa fenomenologia quando chiama in causa più persone, e il target si amplia, colpendo in modo trasversale la comunità social.
Ma se l’intento iniziale è quello di risultare più veri, in sostanza si tende a ricadere nella stesso vortice di ricerca spasmodica dell’accettazione, del bisogno ancestrale di appartenenza, del conformarsi alla massa per non essere esclusi.
L’intelligenza artificiale demonizzata a favore di qualche immagine presumibilmente più libera o magari solo più brutta o difettosa nell’inquadratura, nell’esposizione. I frammenti di ciò che siamo stati esattamente in quel preciso istante ributtati nella mischia paiono in realtà parte di una nuova, irrinunciabile mossa di conformismo puro.
Niente di fresco dunque, niente nuovo che avanza.
Si spostano gli equilibri, si riassestano le dinamiche, ma il risultato non cambia. Troveremo sempre il modo per confrontarci con ciò che siamo stati perché fa parte della natura umana, basterà imparare ad accettarlo e fare pace con le novità che spaventano all’inizio, ma che diventano presto parte della routine che ci tranquillizza, e poi metterci seduti in prima fila ad aspettare impazienti la successiva esplosione di creatività indotta.








