Rifugiati e sicurezza: il caso di Sondrio riaccende il dibattito sull’accoglienza e i suoi limiti

Un richiedente asilo del Mali aggredisce e violenta una donna: la vicenda scuote l’opinione pubblica e solleva domande sulla gestione delle domande di protezione internazionale e sul diritto dei cittadini a vivere in sicurezza

Gen.B. G.di F. Luigi Del Vecchio, scrittore – “La violenza, poi le sevizie sulla vittima. Ora lei rischia di perdere un occhio”. È il titolo di un articolo apparso qualche giorno fa sul Corriere della Sera.

Ne sono rimasto colpito. I casi di cronaca, quelli che maturano attraverso il presupposto della violenza, attirano l’attenzione del lettore forse più di altre notizie.

Curiosità, interesse, morbosità, incredulità? Qualunque sia la motivazione accendono una lampadina nel cervello.

Un cittadino del Mali, K.M., classe 2001, richiedente asilo in Italia dal 2023, ha stuprato, aggredito e malmenato, nei pressi della stazione ferroviaria di Sondrio, una donna di 44 anni che stava andando a prendere il treno per Tirano. Poi, nel buio della sera che scorreva verso la notte, l’ha trascinata in un vicino parcheggio lasciandola a terra, come un rifiuto, in mezzo ad alcune auto.

La vittima è stata trovata in stato di semincoscienza con i pantaloni abbassati, ferite ed escoriazioni in tutto il corpo, il volto tumefatto, morsi che le avevano lacerato un orecchio e la pelle. Non solo, a causa delle brutali percosse rischia addirittura di perdere un occhio.

Il suo incubo è stato interminabile, durato più di mezz’ora. Un tempo in cui il respiro, ogni botta subita, rallentava come una lenta agonia. Impossibile contrapporsi al suo aguzzino, un omone di un metro e ottantacinque di altezza, caricatura della violenza.

Quanto descritto non ammette alcuna umana comprensione, scuote le coscienze perché tocca il senso di sicurezza di ogni cittadino e induce a molteplici riflessioni, ognuna delle quali potrebbe aprire ampi e diversi scenari di discussione: politici, legati al disagio, alla criminalità, alla presenza dei tanti extracomunitari irregolari presenti nel nostro Paese.

Uno, in particolare, merita un approfondimento. Il maliano aggressore è in Italia da circa due anni, ospite del Centro di Accoglienza di Valle di Colorina, un piccolo Comune del valtellinese di poco più mille anime.

Appena sbarcato sul territorio italiano, ha chiesto di essere protetto in base alla Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati. Tecnicamente, è un cittadino straniero, non U.E., fuggito nel nostro Paese perché, nel proprio, temeva per la sua vita o libertà a causa di persecuzioni, guerre o trattamenti inumani e degradanti.

Si, avete letto bene, si è rifugiato da noi perché in Mali – paese oggi governato da una instabile giunta militare – temeva di essere trattato in modo inumano e degradante. Lo stesso trattamento che, con crudeltà ben peggiore, ha riservato alla sua povera vittima.

Perché, in un Paese evoluto come il nostro, un soggetto tutelato e protetto per un determinato periodo temporale da una normativa internazionale si arroga la libertà di trasformarsi in un mostro che aggredisce e stupra con dispregio inaudito?

La risposta, ancora una volta, implacabile ed indiscutibile, la forniscono i dati. La Fondazione ISMU ha calcolato che, in Italia – terza Nazione in Europa dopo Germania e Spagna – sono state presentate nel 2024 oltre 158.000 domande di protezione internazionale, la c.d. richiesta di asilo.

In tale anno, ne sono state esaminate meno della metà, circa 70.000, due terzi delle quali respinte. Nella maggior parte dei casi, gli interessati, si sono resi irreperibili all’esito della decisione.

Il trend è in continuo aumento perché nel 2025, ad agosto, è stato presentato il 2,1% in più di domande rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Numeri preoccupanti, segnali di un deficit burocratico inaccettabile e difficile da sanare in tempi ragionevoli. In alcune città italiane, trascorre anche circa un anno prima che la singola domanda del rifugiato venga esaminata.

E’ fuor di dubbio che nel nostro Paese la politica di gestione dell’immigrazione sia basata su regole chiare che pongono come valori fondanti la legalità, l’accoglienza e la vera integrazione. Grazie a tale visione, tanti extracomunitari giunti in Italia in modo irregolare sono oggi perfettamente integrati.

Non riusciamo, tuttavia, ad impedire ancora che accadano fatti come quelli di Sondrio, ultimo solo temporalmente di tanti casi simili. Non riusciamo ad affermare la sicurezza come priorità assoluta, ad imporre i valori della civiltà, dell’uguaglianza e del rispetto reciproco. Dettami costituzionali validi, naturalmente, non solo per il cittadino italiano ma anche per chi, come il barbaro maliano K.M., arriva in Italia chiedendo addirittura di essere protetto e tutelato.

È inaccettabile che un richiedente asilo, evidentemente già con l’indole a delinquere, possa essere libero di commettere gesti di violenza, abusi, lesioni della dignità e del rispetto altrui mentre la sua domanda di protezione internazionale giace nei cassetti delle Commissioni esaminatrici competenti già gonfi di analoghe pratiche.

L’analisi di tali richieste, evidentemente, deve seguire percorsi più celeri riducendoli a strettissimi tempi di elaborazione. In tal modo, si potrebbe quantomeno ridurre il rischio eventuale di commissione dei reati.

L’Italia protegge e accoglie chi fugge dalla guerra, chi nel proprio paese teme per la sua vita e la sua incolumità, chi si sente abusato dei propri diritti di esseri umani.

Ma, non è una forma di qualunquismo affermarlo, chi ha protetto la povera quarantaquattrenne di Sondrio mentre, alle 23.30 di sera, tornava a casa dopo una giornata di lavoro?

Chi la ripagherà dello stupro, della cattiveria subita dal suo corpo, dell’umiliazione di ritrovarsi, sola e seminuda, sbattuta a terra, ferita e agonizzante?

Questi interrogativi, la cronaca lo denuncia quotidianamente, sono gli stessi che si pongono i cittadini, increduli e intimoriti per le violenze che continuano a diffondere nelle nostre città la percezione della loro inermità di fronte al verificarsi del destino.

È paradossale, ma a questa miniera di domande è difficile contrapporre idonee risposte. Altro non è che la realtà in cui oggi viviamo.

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