Quanto è accaduto non è un semplice episodio estivo, ma un sintomo di un disagio giovanile più ampio, che persiste ormai da tempo. Scuole e famiglie devono essere compatte per avere risposte stabili e a lungo termine
Nei giorni scorsi, sette giovani sono rimasti coinvolti in una violenta rissa all’esterno di un locale notturno. Un diverbio scoppiato, secondo le prime ricostruzioni, per un presunto furto di una collanina. La lite è degenerata con un’aggressione fisica, senza, per fortuna, conseguenze gravi. Ma l’episodio ha sollevato interrogativi più profondi che riguardano tutta la comunità dei giovani.
A dirsi allarmato per quanto accaduto, è il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU), che in un comunicato esprime “profonda preoccupazione”. Il presidente, prof. Romano Pesavento, del Coordinamento invita a leggere quanto accaduto non come un semplice episodio estivo, ma come sintomo di un disagio giovanile più ampio e strutturale.
Nella nota del CNDDU si legge: «La violenza scaturita, da un futile pretesto, non è soltanto l’esito di un conflitto momentaneo, bensì l’espressione di una più profonda incapacità di governare le emozioni e di riconoscere l’altro come portatore di dignità».
Il presidente Pesavento, pone l’accento sul deficit educativo che sempre più spesso si manifesta tra le giovani generazioni, denunciando la carenza di competenze socio-emotive e la difficoltà a gestire i conflitti in modo non violento. Per il Coordinamento, il compito della scuola non può esaurirsi nella trasmissione di saperi disciplinari. È urgente, invece, rendere l’educazione ai diritti umani, alla legalità e alla cittadinanza attiva parte integrante del curricolo scolastico.
Non bastano interventi occasionali o attività sporadiche sugli argomenti. Certo, questo implica una sfida che richiede investimenti, visione e un impegno condiviso tra scuola, famiglie e istituzioni. Ma, secondo il CNDDU, solo così sarà possibile costruire personalità consapevoli, capaci di affrontare tensioni e frustrazioni senza ricorrere alla violenza.
L’episodio di Gallipoli si inserisce in un quadro più ampio, in cui non sono presenti spazi di aggregazione ed evidente è l’impoverimento delle relazioni. La vita giovanile, secondo l’analisi del prof. Romano Pesavento, è spesso orfana di punti di riferimento significativi. Così, anche il tempo libero, può diventare terreno fertile per comportamenti devianti o aggressivi.
Fondamentale è che tutti facciano la propria parte, una chiamata alla responsabilità collettiva, per ricostruire il senso di appartenenza e la fiducia nelle regole della convivenza civile. E per far sì che episodi come quello di Gallipoli non restino solo titoli di cronaca, ma occasioni per interrogarsi, e agire, sul futuro che si vuole costruire per i giovani.








