Guerra Israele-Iran, il Medio Oriente sull’orlo del baratro: scenari strategici e rischi globali

L’operazione “Rising Lion” segna l’inizio di un confronto diretto tra Tel Aviv e Teheran: dalle implicazioni militari all’economia mondiale, un’analisi delle conseguenze geopolitiche e del ruolo cruciale degli Stati Uniti in una crisi dagli esiti imprevedibili

del Generale CC. Dott. Enzo Greco, già Direttore Ufficio analisi e valutazione strategica della Presidenza del Consiglio dei Ministri – L’attacco missilistico di Israele all’Iran, iniziato il 13 giugno 2025 con l’operazione Rising Lion, rappresenta una escalation senza precedenti nel conflitto tra i due paesi, segnando il passaggio da guerre per procura ad uno scontro diretto.

Israele ha lanciato una campagna di attacchi aerei massicci contro infrastrutture nucleari, militari e strategiche iraniane, con l’obiettivo dichiarato dal premier Benjamin Netanyahu di “rimuovere la minaccia nucleare e dei missili balistici” iraniani. Un obiettivo implicito sembra essere il regime change, ossia indebolire la leadership iraniana fino a un possibile collasso del regime. Gli attacchi, iniziati nella notte tra il 12 e il 13 giugno, hanno coinvolto circa 25 jet israeliani che hanno colpito oltre 40 obiettivi, tra cui siti missilistici, depositi di armi e personale militare. Tra i target, anche una raffineria di petrolio e la TV di Stato iraniana, accusata di coprire attività militari.

L’Iran ha risposto con l’operazione True Promise III, lanciando missili ipersonici Fattah-1 contro obiettivi in Israele, tra cui basi aeree e spazi civili come Tel Aviv, Gerusalemme e Haifa. Le Guardie della Rivoluzione (IRGC) hanno dichiarato di aver “frantumato le difese aeree israeliane” e di controllare lo spazio aereo israeliano, anche se le valutazioni israeliane indicano che i danni sono stati limitati, con circa 20 missili lanciati nell’ultimo attacco e un bilancio di almeno 24 morti dal 13 giugno.

La Guida Suprema Ali Khamenei ha promesso che Israele “sarà punito” e che un eventuale intervento statunitense avrà “conseguenze irreparabili”. L’Iran ha anche emesso avvisi di evacuazione per i civili israeliani, come a Haifa, spesso accompagnati da messaggi in ebraico per amplificare l’impatto psicologico.

I raid israeliani hanno causato almeno 450 morti in cinque giorni, tra cui figure chiave come il generale Gholamali Rashid, il capo di stato maggiore Mohammad Bagheri, il comandante delle Guardie della Rivoluzione Hossein Salami e il capo dell’intelligence Mohammad Kazemi. I media iraniani riportano anche 128 morti, tra cui civili, e circa 900 feriti nei primi giorni di attacchi.

Gli attacchi iraniani hanno provocato almeno 24 morti e danni a infrastrutture civili, come l’ospedale Soroka Medical Center e il complesso petrolifero di Bazan a Haifa, anche se le attività di raffinazione proseguono.

Il conflitto d’altro canto sta influenzando la situazione a Gaza, con Hamas che segnala un impatto sugli ostaggi e sulla popolazione locale, già sotto pressione.

I bombardamenti sono estremamente costosi, con stime di 300 milioni di dollari al giorno e senza rifornimenti americani, le difese missilistiche israeliane potrebbero durare solo 10-12 giorni sotto attacchi costanti iraniani.

La minaccia di chiudere lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita un quinto del petrolio mondiale, potrebbe causare un’impennata dei prezzi globali e nuove tensioni geopolitiche.

La guerra ha già portato il prezzo della benzina in Italia sopra 1,7 euro al litro, con rischi di ulteriori aumenti se il conflitto si intensifica.

Dal punto di vista geopolitico, il presidente Donald Trump ha convocato riunioni nella Situation Room ed ha dichiarato di non aver ancora deciso se gli USA interverranno militarmente. Un’azione diretta contro l’Iran potrebbe coinvolgere basi militari USA in Medio Oriente, rischiando un’escalation regionale.

Il Giappone ha innalzato l’allerta per i viaggi in Iran, valutando evacuazioni. Il Regno Unito sta evacuando le famiglie dei diplomatici da Israele. L’UE e la Russia hanno espresso preoccupazioni, con Mosca che avverte il “rischio nucleare”.

L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) ha smentito che l’Iran stia sviluppando un’arma nucleare, ma ha confermato la distruzione di due siti di produzione di centrifughe. Tuttavia, emergono alcune dichiarazioni in cui emerge che l’Iran potrebbe ritirarsi dal Trattato di Non Proliferazione (NPT) in caso di ulteriori attacchi ai suoi siti nucleari.

Dal punto di vista dell’efficacia nucleare gli attacchi hanno indebolito significativamente la catena di comando iraniana e le sue infrastrutture strategiche. Tuttavia, la sostenibilità economica e logistica di un conflitto prolungato è incerta, data la distanza di 1.500 km tra i due paesi e i costi elevati.

I missili ipersonici iraniani rappresentano una minaccia, ma i danni inflitti a Israele sembrano contenuti rispetto alle dichiarazioni trionfalistiche dell’IRGC. La capacità iraniana di mantenere attacchi prolungati dipende dal suo arsenale missilistico, il più grande della regione.

In questo contesto, il conflitto potrebbe coinvolgere altri attori regionali, come Hezbollah o milizie filo-iraniane, o espandersi a basi USA, trascinando gli Stati Uniti in una guerra su larga scala.

La minaccia iraniana di chiudere lo Stretto di Hormuz potrebbe spingere la comunità internazionale a fare pressione su Israele per una de-escalation, ma al momento non ci sono segnali concreti di mediazione efficace.

Con riferimento poi alle implicazioni umanitarie, l’attivista iraniana Masih Alinejad ha criticato Israele per gli avvisi di evacuazione notturni, difficili da ricevere a causa del blackout di internet in Iran, evidenziando il rischio per i civili.

La comunità internazionale, pur chiedendo moderazione, sembra pronta a sostenere Israele in caso di escalation, il che potrebbe alimentare ulteriori tensioni con l’Iran.

Qualora possa esserci un prolungamento del conflitto, l’Iran potrebbe continuare gli attacchi missilistici per settimane, mentre Israele potrebbe intensificare i bombardamenti per provocare un collasso del regime iraniano. Tuttavia, i costi per entrambe le parti sono elevati e un’escalation nucleare rimane una possibilità remota ma preoccupante.

La decisione di Trump sarà cruciale e un coinvolgimento diretto potrebbe trasformare il conflitto in una crisi regionale, con conseguenze imprevedibili.

Una mediazione internazionale potrebbe emergere se i costi economici (es. chiusura dello Stretto di Hormuz) o le pressioni diplomatiche aumentano, ma al momento appare improbabile.

In conclusione, l’attacco israeliano e la risposta iraniana hanno aperto una nuova fase di guerra aperta, con conseguenze significative per la stabilità regionale e globale. Le perdite umane, i danni economici e il rischio di un’escalation più ampia richiedono un monitoraggio attento. La situazione rimane fluida, con gli Stati Uniti in una posizione chiave per determinare l’evoluzione del conflitto.

  • bonuspertutti

Ultime Notizie

NOTIZIE CORRELATE