Arriva in questi giorni in libreria una terza opera letteraria del dottor Francesco Colizzi. Ma stavolta non si tratta di un romanzo, bensì di un’opera teatrale in tre atti, “Il massacro dell’innocenza”
Dopo il suo primo romanzo di argomento psichiatrico-psicoterapeutico, “L’aggiustatore di destini”, e il più recente romanzo intimo, “La suggeritrice”, che è ancora in tour di presentazioni, arriva in questi giorni in libreria una terza opera letteraria del dottor Francesco Colizzi.
Ma stavolta non si tratta di un romanzo, bensì di un’opera teatrale in tre atti, “Il massacro dell’innocenza”.
Il Direttore Alessandro Nardelli ha intervistato l’autore per saperne di più.
Qual è l’argomento dell’opera?
«Il tema che attraversa tutto il dramma è la condizione di vulnerabilità dell’infanzia nel mondo. Ancora oggi moltitudini di bambini vengono uccisi a causa di guerre e violenze di ogni genere, oppure vengono maltrattati, abusati, affamati o, se ammalati o portatori di disabilità, lasciati senza cure. Per trattare in maniera emotivamente coinvolgente di questa inquietante condizione ho scelto di far ricorso a due grandi poli confliggenti della nostra cultura: la strage degli innocenti di Erode il Grande, metafora della più crudele delle violenze dell’uomo sull’uomo, e la centralità dei bambini nella predicazione dell’amore integrale da parte del Gesù storico».
Dunque si è anche cimentato con la figura di Gesù Cristo, pur non essendo lei credente?
«Sì. In realtà, io credo molto nell’amore politico nonviolento e la proposta del Gesù dei Vangeli, oltre ad annunciare il Regno di Dio, ha molto da dire anche a chi non crede in un al di là. Il grido di Gesù sulla croce è per me anche una chiamata alla responsabilità universale dell’uomo verso l’uomo. Per questo alla fine del terzo ed ultimo atto sulla scena ritorna il Cristo cosmico, eterno, a rinnovare quel grido nel cuore degli uomini di oggi».
Quali altre figure compaiono nell’opera?
«Vi è la figura di Giovanni il Battista, che condivide buona parte del percorso spirituale di suo cugino Gesù. Vi sono le figure di Erode il Grande e del figlio Erode Antipa, attraverso le quali tratteggio il potere perverso del dominio, la sua logica paranoica e disumanizzante. Vi è la ricorrente presenza del coro delle madri di Betlemme, che cercano di rivedere i loro figli uccisi e chiedono di avere almeno la Parola che le designi e le renda visibili (nel vocabolario non esiste un termine per indicare la madre che perde un figlio). Vi è anche, alla fine, il coro dei bambini, che nella Storia non hanno mai voce. Vi sono alcuni apostoli in dialogo sull’importanza dei bambini, soprattutto Pietro, Giovanni e Giuda. Infine, vi è la maestosa e commovente figura della Madre per eccellenza, Maria, che viene anch’essa privata del Figlio e pronuncia l’inedita preghiera di salvezza Figli nostri, quasi ad integrare quella del Padre nostro invitando gli adulti a cercare una nuova innocenza».
Verrà rappresentata quest’opera?
«Lo spero proprio. Immaginarsi le scene leggendo è un conto, nonostante tutte le didascalie che ho inserito, partecipare al momento teatrale è ben diverso, più coinvolgente e, forse, più motivante. So che tre atti sono lunghi, perciò mi accontenterei anche di una versione ridotta».
Grazie e in bocca al lupo allora!
Ricordiamo che l’opera, edita da Manni Editori, è già disponibile sui siti online e si troverà in libreria dal 26 di aprile.








