Un racconto di formazione giornalistica nella Roma del 1978, tra rotative che si fermano, piombo e inchiostro, e una notizia capace di cambiare per sempre il destino di un giornale e di chi lo stava facendo nascere
di FRANCESCO GRECO – Però, che notte quella quando morì Papa Paolo VI. A Castelgandolfo, residenza estiva, per un malore improvviso.
Era il 6 agosto del 1978 (un sabato) e, a Roma, muovevo i primissimi passi nel mondo del giornalismo. Ero all’incirca un ragazzino.
Nell’altro secolo, nei giornali funzionava così. La mattina in redazione si decideva cosa mettere nelle pagine e buttar giù qualche articolo.
Alla 13 si andava a mangiare. Si tornava e si andava in tipografia a correggere le bozze degli articoli battuti (Alessandro e Roberto, i fattorini, facevano la spola con la redazione).
Il mio primo giornale fu “Olimpico”, la prima redazione a Prati, in Piazza Cola di Rienzo (fra Rai e Vaticano). La prima tipografia la “Colagraf” di via Tomacelli (stampava anche “il manifesto”).
Le bozze si correggevano almeno in due, spesso tre: gli errori che sfuggono a uno li trova l’altro. Erano i tempi delle Brigate Rosse. Moro era stato assassinato a maggio.
Poi cambiammo redazione e tipografia. La prima trasferita in via Due Macelli, a due passi da Piazza di Spagna e via del Tritone, la tipografia l’”Alternativa grafica” (stampava il “Secolo d’Italia”) di via del Boschetto (una traversa di via Nazionale, a est la Basilica di Santa Maria Maggiore, dove Papa Bergoglio ha deciso di farsi seppellire).
Qui alle bozze c’era anche un vecchio professore di liceo, siciliano, si chiamava Colaleo: somigliava a Pirandello, stesso pizzetto. Un giorno non venne a lavorare, mancò un paio di settimane e quando tornò era triste: aveva perduto la moglie. Passò qualche mese e non vedemmo più nemmeno lui…
Una volta a settimana a noi redattori toccava la cosiddetta “ribattuta”. Cos’è esattamente? Lo spieghiamo ai non addetti ai lavori.
È necessaria una premessa: un giornale è un orologio, gli orari sono molto importanti, decisivi. Alle 8 di sera è pronto, le prime copie sono portate alla stazione e messe sul treno delle 21, per le edicole del Centro Italia. Le successive all’aeroporto per il Nord e Sud Italia. C’erano ragazzi che si mantenevano agli studi facendo ogni notte Roma-Reggio Calabria con l’auto piena di giornali. Se le copie non arrivano e non vanno in edicola, la pubblicità non paga.
Un redattore (può anche essere un correttore di bozze) va in tipografia per controllare l’impaginazione, le bozze delle pagine, i titoli, corregge possibili errori, la rotativa che gira, controlla la prima copia, l’inchiostrazione: se è troppa la riduce, la aumenta se è scarsa. E soprattutto sta attento alle agenzie, in caso di una notizia che non può essere “bucata” (alluvioni, terremoti, assassinii politici, etc.) smantella la prima e la impagina.
E dunque, era un ruolo di grande responsabilità. Non tutti sono capaci di gestire la situazione senza farsi prendere dal panico. Ci vuole sangue freddo e carisma, io ce l’avevo: il dna dei miei Genitori.
La sera del 6 agosto toccò a me. Le pagine erano impresse su lastre di alluminio dai tipografi nella loro camera e messe in ordine di impaginazione sulla rotativa. Tutto in ordine, cominciò a girare lentamente. Presi la prima copia, inchiostrazione buona, feci cenno di si al Proto (chi dirige una Tipografia).
Mi misi a gironzolare per scaricare la tensione, svuotare la mente. Di solito si saluta e si prende l’ultimo autobus della sera per tornare a casa.
I tipografi ai loro banconi continuavano a lavorare, stampavano anche altri giornali, riviste, libri, pubblicità. Ultima occhiata alla telescrivente: il ronzio era oscurato dal rumore della rotativa. Mi gioca l’occhio, come si dice, e l’aveva appena battuta: “Morto Paolo VI”.
Fu un attimo, trovai il Proto (un toscano, Castellani) e gridai per coprire il rumore della rotativa: “Fermi subiti la macchina!”.
“Cos’è successo?”
Gli diedi il take Ansa.
Lo seguii, pigiò un pò di tasti e ansimando la rotativa pian piano si fermò. Posò il bozzone sul bancone, smontò la prima. Frugai nei cassetti, trovai una foto del Papa, mi sedetti e scrissi 40 righe. Lo diedi a Sergio il linotypista per batterlo. All’epoca c’era il piombo, step successivo l’offset.
Ultima occhiata alla bozza, il titolo già c’era, a tutta pagina: “E’ morto Papa Paolo VI”. Dieci righe in prima, continuazione in ultima.
Roberto e Mauro lavorarono rapidi in camera oscura. Le copie stampate fino a quel momento vanno al macero.
Mondo fantastico quello delle tipografie. Ho ancora addosso l’odore del piombo e dell’inchiostro. Uniti a quelli dell’infanzia. Del pane: sono nato fra due forni. Della pietra: alla cava con papà. Del legno alla bottega del falegname.
Troppo inchiostro, il Proto regola. Vai con la rotativa.
Il giorno dopo verso le 9.30 il direttore Gismondi (Rai, numerose Olimpiadi e Campionati del Mondo, Corriere dello Sport a 400mila copie, etc.).
Aveva davanti la copia fresca del giornale.
“Tu eri di ribattuta stanotte?”
“Si”
“Bravo! Tu stanotte sei stato redattore, caporedattore, direttore, editore… Sei stato tutto… Il giornale era tutto tuo… Anche il suo destino futuro…”.
Avevo dimenticato la porta aperta, qualche collega origliava. Una medaglia sul petto.
Per la Storia: il conclave elesse Papa Albino Luciani il 26 agosto, prese il nome di Giovanni Paolo I. Il pontificato durò appena 33 giorni. Altro malore improvviso.
All’epoca abitavo a Piazza Bologna (via Sambucuccio d’Alando). La mattina facevo colazione in un bar disadorno, squallido, ma illuminato da una bellissima barista mora, alta, formosa. Tipo Sofia Loren. Era sempre affollato.
Stavo sorseggiando il mio cappuccino, quando arrivarono le note del campanone di San Pietro: ci guardammo. “E’ morto il Papa… Di nuovo…”, sorrise.
Presi il 58 per Piazza San Silvestro, se non ricordo male (l’abbonamento costava 7500 lire) e scappai in redazione.
Ancora la Storia: Karol Wojtyla fu eletto il 16 ottobre, col nome di Giovanni Paolo II: “Se sbaglio mi corigerete…”.
Collaboravo a un sacco di giornali, a fine mese mi arrivavano i bonifici. Li incassavo sempre in una banca del centro (all’epoca non ti chiedevano di aprire un conto), allo sportello lo stesso impiegato.
A fine ottobre entro, firmo il primo e parlando fra sè ma ad alta voce, disse: “Non ha fatto in tempo a mettere i suoi… Ora a Roma arriveranno un sacco di Polacchi…”. Erede di Trilussa e Pasquino.
Non sempre quando ero di ribattuta riuscivo a cenare. A Piazzale delle Province c’era una trattoria mandata avanti da un uomo agè che aveva sempre il tovagliolo bianco sulla spalla.
Mi accorsi che, se pure si faceva tardi, mi aspettava: non abbassava la saracinesca se non mi dava un piatto di minestra calda… Ho sempre pensato che non aveva figli. Oggi c’è una trattoria siciliana.








