Tra spettacolarizzazione del dolore e presunzione di colpevolezza, il rischio di un processo parallelo che erode la sacralità dell’aula di giustizia e confonde informazione e giudizio
di LUIGI DEL VECCHIO Scrittore – Le attuali scelte editoriali televisive basate su format di cronaca giudiziaria tempestano, ormai, il comune quotidiano degli italiani, dal mattino presto sino a sera inoltrata.
Lo studio televisivo, infatti, è diventato un tribunale improvvisato ove parlare di processi e indagini connesse all’attuazione di crimini senza una analisi attenta del fatto ma con congetture di banale interpretazione che, tuttavia, affascinano il pubblico rendendolo, a sua volta, critico valutatore di quanto accaduto.
Le tragedie degli altri che, altrettanto improvvisati commentatori, provano a descrivere ai telespettatori, traendole nell’immediatezza del loro accadimento o da casi giudiziari in esame dibattimentale nei tribunali, stanno assumendo sempre di più un contorno sensazionalistico. Sangue, sesso, melodramma, omicidi in ambito familiare, sono notizie che attirano come il miele la massa degli utenti.
La televisione pubblica e commerciale sta creando, con il processo mediatico, un circuito parallelo di analisi e valutazione dei fatti criminali, molto spesso colpevolista già in partenza, ma soprattutto sovrapponendo e anticipando le sentenze.
Può la spettacolarità di un crimine efferato creata ad arte in uno studio televisivo mettere a rischio – in uno Stato di diritto penale quale quello in cui, per fortuna, viviamo – l’equità del processo e della pena? Addirittura, come molti giuristi paventano, porsi in un antagonismo concorrenziale con tali certezze del nostro sistema costituzionale?
Ho respirato per anni la sacralità racchiusa nelle aule di tribunale: i giudici, il pubblico ministero, gli avvocati, le toghe così eleganti ed austere simbolo di un tempo antico, i testimoni, i banchi degli imputati. E poi la formula di giuramento di dire tutta la verità, le domande e le risposte, le schermaglie tra accusa e difesa. Ancora, la tensione, le ansie, il timore per gli accusati dell’attesa del giudizio.
Infine, la sentenza. L’atto finale di una istruttoria dibattimentale – In Italia ancora lunga nei suoi diversi gradi di giudizio – pronunciato con tono scandito e solenne dal Presidente della Corte che pone un senso, il vero senso, al fondamento della giustizia.
Oggi, in questa folle epoca di television news così lontane dalla realtà, tale sacralità è scalfita dal proliferarsi dei colorati e variegati processi in t.v..
E’ fuor di dubbio che le televisioni rispondono a precise, e sempre più commerciali, strategie di mercato ed a quelle che sono le esigenze primarie del pubblico e degli sponsor. Una platea sicuramente diversa da quella che, molti anni fa, aspettava il dopocena per godere le ore spensierate del Carosello e di Canzonissima, la serietà dei dibattiti alla Tribuna Politica, lo svago della Domenica Sportiva, la leggerezza dei film western e d’amore oppure il brivido soffuso di una serie poliziesca dove il colpevole si intuiva già nella prima puntata.
Oggi, la richiesta del telespettatore preme sulla pruriginosa curiosità di conoscere, attraverso una telecamera piazzata sulla scena del crimine, tra i cassetti di una camera da letto oppure negli occhi dei protagonisti, già chi sia il colpevole. Tutto, consumato nell’arco della giornata, in ogni fascia oraria, in programmi pressoché identici e diversi solo per le voci in campo, la maggior parte delle quali urlate e sgradevoli prive di alcuna competenza.
Come non ricordare, ma potrei citare molti altri casi analoghi, l’attenzione morbosa del pubblico sulla ambigua coppia Raffaele SOLLECITO e Amanda KNOX, le tristi vicende delle giovani Yara GAMBIRASIO e Sarah SCAZZI, il legame che univa i solitari coniugi di Erba, l’assurdità del caso Garlasco che, a distanza di 19 anni dall’omicidio di Chiara POGGI e con una sentenza passata in giudicato che ha posto un condannato in carcere, ancora riempie le pagine di trasmissioni, notiziari, quotidiani.
A tal fine, l’Osservatorio sulla Informazione Giudiziaria dell’Unione delle Camere Penali ha definito “perversi” gli effetti che la mediaticità delle notizie trasmesse nei salotti televisivi può determinare nelle concrete dinamiche processuali, sulla giustizia in generale, sull’imparzialità del processo reale.
In Italia i media, naturalmente e per fortuna rispetto ad altri paesi in cui l’informazione giornalistica è imbavagliata e oppressa, svolgono un ruolo fondamentale nel notiziare il pubblico sugli eventi che accadono nel mondo, compreso i casi giudiziari.
Tuttavia, è ormai tempo di iniziare a mettere mano ad una politica di limiti e divieti che operi una netta distinzione fra le affascinanti inchieste giornalistiche di cronaca giudiziaria e i processi show dove il presentatore si sostituisce al giudice, gli ospiti di turno ai pubblici ministeri ed agli avvocati, il conoscente o parente di uno dei protagonisti al testimone di quanto accaduto.
La giustizia italiana è, ovviamente, migliorabile e criticabile su tanti aspetti, molti dei quali già alla valutazione del legislatore e oggetto – haimè da anni – di acceso dibattito politico. Ma, per fortuna, credo sia ampiamente schermata nell’affrontare il pericolo incombente dello share giudiziario ad ogni costo e continua ad operare con vigore e forza seguendo il dettato costituzionale.
Vittorio MANES, Professore Ordinario di Diritto Penale a Bologna, pone un concetto che conforta tale personale, modesta, certezza e mi riporta a quella sacralità che ho respirato per così lungo tempo.
Egli, ha definito il processo penale un itinerario della ragione da celebrarsi nel “sacro cerchio dell’aula di giustizia secondo modalità predefinite nei luoghi, nei tempi, negli effetti e secondo precise regole“.
La ragione è, spesso, in contrasto con la follia e l’irrazionalità, può anche vacillare. Ce lo hanno insegnato storici, filosofi, scrittori, poeti.
Essa, tuttavia, trova sempre una strada.
Il percorso è difficile ma è sufficiente un semplice clic su un telecomando per evitare, senza sporcare le intelligenze, che la serietà della cronaca giudiziaria, quella che in passato ha visto la firma di illustri giornalisti, si trasformi in un banale e vacuo show.








