La pazzia della sala operatoria nella morte di Domenico

Momenti di grande tensione all’ospedale Monaldi con una frase ripetuta più volte “Cosa stai facendo”.

Nella tragica vicenda del piccolo Domenico Caliendo, avvenuta lo scorso 21 febbraio all’ospedale Monaldi di Napoli a causa di un trapianto di cuore danneggiato, tre fattori hanno inciso: ghiaccio, contenitore e comunicazione. Le indagini procedono a ritmo serrato anche se qualcuno avrebbe mentito sulle carte ufficiali per tentare di nascondere una verità inconfessabile con un evidenza chiara di una discrepanza temporale.

Su questa discrepanza temporale il deputato Francesco Emilio Borrelli e il vicepresidente della commissione Sanità in Consiglio regionale Carlo Ceparano, che stanno seguendo la vicenda al fianco della madre del bambino, Patrizia, e del legale della famiglia, l’avvocato Francesco Petruzzi avvieranno indagini della Procura.


Negli atti dell’Audit interno e nella cartella clinica, nella relazione di 295 pagine, inviata dalla Regione Campania al Ministero della Salute, i vertici dell’Azienda ospedaliera con il responsabile dell’equipe, il dottor Oppido, hanno messo nero su bianco di quello che è accaduto. Sembra che l’arrivo in sala operatoria del frigobox contenente il nuovo cuore e l’inizio della cardiectomia (l’espianto del cuore di Domenico) siano avvenuti nello stesso momento.

Ma comm’é già ha levato o core?. E’ la frase del caposala Francesco Farinaco, riferita al chirurgo Guido Oppido che riassume la tragedia. Dalle sommarie testimonianze del personale di sala, il disastro emerge in ogni dettaglio perché l’aorta del bambino è stata clampata alle ore 14:18 e il cuore donato, purtroppo preservato con ghiaccio freddo, è però arrivato in sala solo alle 14:30. Questo significherebbe che i medici hanno espiantato il cuore a un bambino di due anni e mezzo ben 12 minuti prima di avere fisicamente a disposizione l’organo sostitutivo e senza poterne verificare lo stato.

Nella cartella clinica, inoltre, mancano incredibilmente gli orari di espianto e di arrivo del cuore. Nell’Audit interno il Dott. Oppido ha ribadito che vi è stata la contemporaneità dei due eventi, specificando che tutto si è svolto alle 14:30 e quindi l’inizio dell’espianto coincide con l’effettivo arrivo del cuore in sala.
La vicenda inizia quando la dottoressa Francesca Blasi disse a voce alta che la cardiochirurga Gabriella Farina era nei pressi dell’ospedale.

A questo punto che il Dott. Oppido procedette al clampaggio della aorta, cioè stringere o ostruire un vaso sanguigno, gridando ad alta voce aorta clampata. La stessa dottoressa Farina ricorda con precisione che l’equipe di espianto proveniente da Bolzano non era ancora in sala e tutti noi siamo rimasti meravigliati dalla tempistica del clampaggio, visto che il cuore nuovo non era ancora arrivato in sala. Ricordo che quando il contenitore con il cuore nuovo arrivò in sala, il Dott. Oppido stava terminando la cardioectomia, credo che fosse all’ultimo vaso. È il momento in cui tutti capiscono che stava accadendo l’irreparabile e a riferirlo è l’infermiera Cristiana Passariello:

“Il caposala Francesco Farinaco portava il contenitore in sala, lo metteva su uno sgabello, abbiamo vestito i due chirurghi per l’espianto, il caposala iniziava ad aprire il contenitore, contestualmente ho visto che il cuore di Domenico veniva posto sul tavolo operatorio. Fu Farinaceo ad accorgersi che, dopo un primo strato, vi era un blocco compatto di ghiaccio, come una pietra durissima, che non consentiva l’estrazione del cestello.

Il caposala Francesco Farinaco asserró queste parole alla cardiochirurgia Gabriella Farina: “Gabriè ma qua è tutto ghiacciato” . A tale risposta la dottoressa rispose “ma come è che è tutto ghiacciato, che vuol dire?. A questo punto Farinaceo si gira verso la dottoressa esclamando “Ma comm’é già ha levato o core?.”

Fu poi la dottoressa Farina a comunicare alla mamma del bambino, Patrizia Mercolino, che il trapianto era fallito perché il cuore non era ripartito, perché il “cuore non funzionava”. I chirurghi austriaci, sentiti a verbale dai carabinieri del Nas di Trento, raccontano i drammatici momenti vissuti in sala operatoria. “Non ho mai visto una cosa del genere.”

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