L’agguato mortale ad Aldo Moro, 48 anni dopo. L’Italia ricorda una pagina buia e una ferita ancora aperta

Dalla strage di via Fani al ritrovamento del corpo dopo 55 giorni: il sacrificio dello statista simbolo del dialogo continua a interrogare il Paese

di LUIGI DEL VECCHIO – Ricordare una data lontana è come tuffarsi nel mare sconfinato della storia, quella che, a piccoli rintocchi, ha accompagnato ogni singolo giorno delle nostre vite.

Il 16 Marzo 1978, in Via Fani a Roma, le Brigate Rosse rapirono il Presidente della Democrazia Cristiana, Aldo MORO, ed uccisero tutti gli uomini della scorta. Il più giovane di essi, aveva solo 23 anni. 

Era una mattina di inizio primavera, ancora fredda e umida. L’agguato fece vacillare le fondamenta della nostra democrazia. Come tanti italiani, nonostante le distrazioni adolescenziali, vissi intimamente la tragicità di ciò che stava accadendo e che si era già verificato.

Le trasmissioni televisive e radiofoniche interruppero l’ordinaria programmazione ed i notiziari dettero inizio ad una sequela di edizioni straordinarie. Bruno Vespa, al TG1, alle ore 9.58, fu il primo a dare l’annuncio. Diversi minuti dopo, iniziarono a scorrere le prime immagini trasmesse con i rudimentali mezzi di allora. Si girava ancora con la pellicola, non c’era tempo per montare e smontare il pezzo.

Gli schermi propagavano la voce ansimante e rotta dall’emozione di Paolo Frajese che, nel frastuono delle ambulanze e delle gazzelle delle forze dell’ordine nonché del vociare della gente accorsa, si aggirava lungo la via ove era avvenuta la strage.

I colori tenui e pallidi delle riprese si soffermavano su quella che oggi verrebbe definita la scena del crimine dando risalto ad ogni particolare.

Le due auto di scorta – una Alfetta bianca e una Fiat 130 berlina – crivellate dai colpi di mitra, i finestrini frantumati, i bossoli sparsi lungo l’asfalto in un numero indefinito, una borsa marrone sul ciglio del marciapiede, un berretto dell’Aviazione civile spiegazzato e informe a terra, una pistola.

E ancora, sangue dappertutto, teli bianchi a coprire i corpi degli agenti di scorta, uno dei quali riverso sul selciato.

L’imboscata – che i brigatisti chiamarono Operazione Fritz – fu preparata in ogni minimo dettaglio, sia nelle tecniche di attacco sia nei tempi di azione. Tutto, infatti, durò pochissimi minuti, forse meno che due.

Una trappola perfetta, in una strada congeniale, con un commando di almeno otto terroristi, fra uomini e donne tra i più cattivi ed agguerriti dell’organizzazione, nascosti anche negli angoli e dietro le siepi e pronti a far fuoco all’impazzata. 

L’ideologo della barbarie fu Mario MORETTI, la primula rossa delle B.R., oggi ottantenne mai pentito né dissociato dalla lotta armata. Fu lui a decidere che nella lotta eversiva il rapimento di MORO doveva costituire il salto di qualità. Negli anni, ha mantenuto l’assurda coerenza di chi vuole custodire il silenzio ed il mistero sui tanti punti oscuri di quegli anni.    

Ciò che accadde quella tragica mattina è, ormai, scritto nei libri e nelle pagine dei processi. 

L’Italia è disseminata di stragi e casi giudiziari di eversione ancora oggi vestiti da tinte fosche. La vicenda di Via Fani – che ha senza dubbio lasciato un segno nella storia della nostra Nazione – è fra queste ed è difficile dare una risposta che possa spiegare perché si sia verificata.

Possiamo, tuttavia, sintetizzarla.

Aldo MORO è stato un insigne giurista e professore universitario, un intellettuale autentico, un cultore della Filosofia del Diritto e della Procedura Penale. Non aveva mai rinunciato ad insegnare, anche durante i più alti incarichi istituzionali.

Ma fu anche un politico pragmatico, abile nel promuovere dialoghi tra diverse ideologie, un moderatore cauto ed intelligente. Fu lui il fautore del c.d. compromesso storico, una visione inclusiva e pluralista della politica osteggiata soprattutto dalle forze conservatrici, anche del suo stesso partito.

Nei giorni e nelle settimane prima che la sua fine venisse segnata, infatti, aveva tessuto la rete per un risultato clamoroso. Ovvero, portare il P.C.I. ad appoggiare il Governo, circostanza che non avveniva dal dopoguerra, dai primi esecutivi di unità nazionale.

La storia e la mano crudele di spietati criminali – sicuramente un’abile regia e  non un destino avverso – volle che il Presidente democristiano venisse colpito proprio mentre si stava recando alla Camera dei Deputati per il dibattito e il voto di fiducia per il IV Governo Andreotti. Quel maledetto 16 marzo, per la prima volta dal 1947, l’Esecutivo sarebbe stato sostenuto anche dai comunisti.

Un risultato, come dicevo, non solo clamoroso ma, sotto certi aspetti, rivoluzionario ed a cui era necessario contrapporsi con un atto criminale ed eversivo altrettanto rivoluzionario. 

“L’attacco contro lo Stato ha raggiunto il suo culmine. Moro rapito dalle Brigate Rosse “, così intitolava a caratteri cubitali la Repubblica, il giorno dopo l’agguato.

Il 9 maggio, 55 giorni dopo, dopo una lunga prigionia scandita solo dalle decine di lettere – ben 86 – scritte dal prigioniero ai familiari, ai compagni di partito, al Papa, giunse l’esecuzione per mano di MORETTI. Fredda, cinica, spietata, odiosa: oltre undici proiettili che gli perforarono i polmoni.

Il corpo di MORO, ormai macabramente irrigidito nello stesso abito, camicia bianca e cravatta che indossava il giorno del rapimento, fu trovato ripiegato in una Renault 4 rossa. 

Il processo che egli subì durante la prigionia da parte dei terroristi non è stato solo politico ma accusatorio, infamante, denigratorio. Il simbolo del dialogo politico – che stonava con la storia in atto  – doveva essere abbattuto ed alcuna cortina, neppure di fumo leggero, si pose per proteggerlo.

L’ultima lettera che MORO scrisse alla moglie Eleonora, pochi giorni prima di essere giustiziato, ha il sapore amaro del testamento: “Siamo, ormai, credo al momento conclusivo .. vorrei restasse ben chiara la responsabilità della D.C. con il suo assurdo e incredibile comportamento .. vorrei capire con i miei piccoli occhi mortali come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce sarebbe bellissimo ..“ .

La famiglia, in uno scarno comunicato, dopo aver rifiutato cerimonie, discorsi ufficiali, funerali di stato e lutti nazionali, scrisse: “ .. sulla vita e sulla morte di Aldo Moro giudicherà la storia “

È vero, almeno così credo. Le false illusioni dettate dalla politica che i nostri piccoli occhi mortali hanno dovuto vedere dalla morte dello statista ad oggi sono tante, alcune insopportabili, altre avremmo voluto non viverle.

Eppure, come egli diceva, non dobbiamo fermarci né saltare il tempo e andare direttamente a domani. Oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità.

Quella mattina di 48 anni fa, senza dubbio, aveva in animo questo pensiero mentre si recava alla Camera.

Unire le diversità con il dialogo, per un domani più giusto.

È l’insegnamento più grande che egli ha lasciato alle generazioni del futuro.

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