LO STATO DRITTO – L’annuncio del 7 aprile 2026 sulla sospensione dei raid USA contro l’Iran ha concesso una boccata d’ossigeno all’economia mondiale, con il Brent in calo del 15%. Tuttavia, l’accordo mediato dal Pakistan resta appeso a un filo
di ENZO GRECO, Generale CC. già Direttore Ufficio analisi e valutazione strategica della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Il 7 aprile 2026, accogliendo una mediazione del Pakistan, il presidente USA ha annunciato la sospensione dei bombardamenti e degli attacchi contro l’Iran per due settimane. La tregua è condizionata alla “completa, immediata e sicura” riapertura dello Stretto di Hormuz.
L’Iran ha accettato il cessate il fuoco bilaterale, confermando il transito “sicuro” per due
settimane, ma in coordinamento con le forze armate iraniane e “tenendo conto di limitazioni tecniche”.
Il 09 aprile, di fatto, lo Stretto non è ancora riaperto pienamente come richiesto dagli USA e il traffico navale è molto limitato. Secondo i dati di tracciamento (Kpler/New York Times),
dal cessate il fuoco sono passate solo 4 navi cargo ma nessuna petroliera o gasiera
significativa.
I media iraniani (Fars, Press TV) hanno dichiarato che lo Stretto è “completamente chiuso”, con petroliere costrette a invertire la rotta, in risposta ai raid israeliani su Beirut e Hezbollah in Libano. Le navi, come affermato dagli iraniani, devono ottenere l’autorizzazione preventiva dalla marina dei Pasdaran.
La Casa Bianca chiede la riapertura immediata e definisce quanto accade “inaccettabile”, ribadendo che le forze USA restano “in posizione” pronte a riprendere le operazioni se l’accordo non sarà rispettato.
In pratica, l’Iran mantiene il controllo di fatto sul passaggio dello stretto (possibili pedaggi da 2 milioni di dollari a nave, da dividere con l’Oman, come previsto nei dieci punti della
proposta iraniana) e dunque allo stato non si tratta di una “libera navigazione internazionale” come avveniva prima della guerra.
Le conseguenze economiche immediate ed a breve termine, dopo l’annuncio della tregua,
hanno determinato un forte calo dei prezzi del petrolio (Brent -12/15%, WTI simile). Il
blocco precedente aveva fatto schizzare il Brent oltre i 100-150 dollari al barile in alcuni
mercati spot e peggiorato la crisi energetica globale (peggiore del 1973-79 secondo l’IEA).
Per l’Italia e l’Europa, i benefici sono una riduzione stimata di 8,4 cent/litro sulla
componente industriale dei carburanti; un risparmio medio per famiglia di 5-10 euro su due
settimane (60-120 litri). Per le imprese e l’autotrasporto si profilano centinaia di euro di
risparmio su energia e gasolio e quindi l’inflazione energetica si dovrebbe alleggerire
temporaneamente.
Per quanto concerne le catene di fornitura, qualora il transito dovesse riprendere con
certezza, le navi ferme o deviate torneranno a muoversi, riducendo costi di assicurazione e
ritardi. Ma l’incertezza del traffico marittimo mantiene premi assicurativi elevati.
Riguardo alle conseguenze geopolitiche e militari, il regime di Teheran ha trasformato lo
stretto di Hormuz (20% di traffico del petrolio mondiale) in un’arma strategica più potente
del nucleare. Anche con la tregua, l’Iran mantiene il controllo del “casello marittimo” e può
usarlo per negoziare la revoca delle sanzioni, la fine dei raid israeliani sul Libano ed altro
ancora.
Dal canto suo Israele ha chiarito che il cessate il fuoco non vale per il Libano. I raid su
Beirut (oltre 180 morti) hanno spinto l’Iran a chiudere nuovamente il transito mettendo a
rischio i programmati negoziati di Islamabad. Del resto le forze americane restano schierate
ed il presidente USA parla di una “conquista dell’intera regione” qualora l’accordo dovesse
fallire.
Lo scenario positivo auspicabile, a breve termine, potrebbe prevedere nei prossimi giorni la
ripresa del transito delle navi anche parzialmente ed una stabilizzazione ulteriore dei
mercati. La tregua di due settimane permette negoziati reali su un accordo più ampio
(nucleare, sanzioni, sicurezza regionale) e quindi l’economia globale torna a respirare con
meno inflazione energetica, meno pressione sulle famiglie e le imprese.
Lo Scenario più realistico/rischioso ci dice invece che la tregua è fragilissima. L’Iran non ha
rinunciato al controllo dello Stretto poiché pretende pedaggi, coordinamento obbligatorio e
nel contempo utilizza gli attacchi israeliani in Libano come pretesto per mantenere la leva.
Se il traffico resta bloccato o condizionato, i prezzi del petrolio rimbalzeranno rapidamente e una nuova chiusura totale riporterebbe la crisi energetica ai livelli di marzo 2026 (la
peggiore della storia recente).
Con riferimento alle implicazioni strategiche va detto che l’Iran ha dimostrato che Hormuz è
il suo asso nella manica poiché, anche senza chiudere formalmente, può rallentare il traffico
e imporre costi. Gli Stati Uniti (e l’Occidente) pagano il prezzo di una guerra iniziata senza
un chiaro piano per garantire la libertà di navigazione.
Per l’Europa e l’Italia (importatori netti di petrolio) resta alta la vulnerabilità. Qualsiasi ritorsione iraniana o escalation con Israele può far schizzare il costo della benzina, del gas e l’inflazione in poche ore.
In conclusione, la sospensione degli attacchi USA ha evitato un’escalation immediata e dato
sollievo ai mercati, ma non ha risolto il nodo dello stretto di Hormuz. Il passaggio resta sotto influenza iraniana, la tregua è appesa agli sviluppi degli attacchi da parte di Israele in Libano e ai negoziati di Islamabad. Nei prossimi 7-10 giorni capiremo se si tratta di una vera de- escalation o solo di una pausa tattica. Il rischio di un ritorno alla crisi energetica purtroppo resta concreto.








