Il ricordo di Luigi Del Vecchio, allora impegnato a coordinare le operazioni della Guardia di Finanza nel porto di Brindisi, ripercorre l’arrivo di migliaia di albanesi nel marzo 1991 e il lungo cammino verso l’integrazione e l’Europa
di LUIGI DEL VECCHIO, Generale di B. G. di F. in riserva e scrittore – I recenti fatti accaduti a Ceuta, città autonoma della Spagna ed exclave spagnola, con l’arrivo di circa 80.000 migranti – chi a nuoto, chi scavalcando le barriere ai confini – porta alla mia mente una memoria ormai lontana, non rimossa ma solo lasciata indietro.
Torno al 7 Marzo 1991 – ben 37 anni fa, ormai divenuti storia – quando nel porto di Brindisi giunsero circa 27.000 migranti albanesi – qualcuno parla anche di oltre 30.000 – a bordo di navi mercantili, imbarcazioni di ogni tipo, barchette di fortuna.
Ero lì, quel giorno, in una notte fredda e portatrice di cattivi presagi, a coordinare le operazioni della locale Guardia di Finanza sulla base delle prime, improvvisate, indicazioni che giungevano dalle Istituzioni preposte.
Dinanzi ai miei occhi un’unica, drammatica, scia umana ammassata sui mezzi di mare fatta di disperazione, dolore, paura, pianti, volti stremati e avvolti dall’anonimato, bocche affamate di cibo e assetate di acqua, corpi ai limiti delle peggiori condizioni fisiche ed igieniche la gran parte dei quali si sostenevano solo per inerzia.
Conservo il ricordo, dal sapore aspro, dei lamenti che giungevano dall’interno delle stive assiepate di gente.
La stampa dell’epoca parlò di invasione, assalto ai confini dell’Italia. Rievocò esodi biblici. Sicuramente, si trattò del primo, vero, inaspettato, flusso migratorio nel nostro Paese proveniente da un altro Stato.
Si era all’indomani del crollo del muro di Berlino la cui ondata aveva colpito anche l’Albania ma, soprattutto, nelle fasi successive alla fine della dittatura comunista e stalinista di Enver HOXHA che, per oltre 40 anni, aveva governato il Paese delle Aquile portandolo al totale isolamento, all’abolizione di ogni libertà, all’ateismo di stato, alla più rigida autarchia, al collasso economico, alla crisi alimentare, alla mancanza dei beni di prima necessità.
L’Italia, in quegli anni, era per gli albanesi l’immagine del paese perfetto, il sogno, l’illusione del benessere e della ricchezza amplificata soprattutto da ciò che i rari televisori allora esistenti in Albania trasmettevano.
I nostri programmi del sabato sera, i quiz preserali, i contenitori sportivi, i primi talk show delle reti berlusconiane, i film, i programmi della Carrà erano, per gli albanesi, il mondo reale. Quello che essi, privati di ogni cosa, non potevano avere.
Quella notte, sulla banchina umida del Porto di Brindisi, trascorse lenta, tra l’incertezza del da farsi e l’incredulità di trovarsi di fronte a quella che sarebbe divenuta una vera e propria emergenza umanitaria. L’attesa per me ed i miei uomini – come anche per le altre Forze dell’Ordine, per i sanitari, per i primi volontari – fu un duro banco di prova che ancora ho vivo nel ricordo.
Solo alle 10 del mattino arrivò l’ordine della Prefettura di far scendere a terra i profughi.
Brindisi non era preparata, neanche culturalmente, a tale evento. Non era attrezzata ad arginare la portata incredibile della sua gravità che, nel giro di poche ore, balzò nei notiziari televisivi e radiofonici di tutto il mondo.
L’accoglienza del capoluogo, infatti, fu fredda oltreché preoccupata. Mancavano le strutture e tutto ciò potesse essere necessario per garantire ai profughi almeno un primo conforto.
Le scuole, le chiese, i centri sociali, ogni spazio libero divenne il luogo ove alloggiare i profughi. Come accade nelle ore successive ad un terremoto che devasta ogni cosa, forse peggio di un terremoto.
La cittadinanza – in una sorta di lockdown – fu invitata ad uscire il meno possibile dalle proprie abitazioni anche per il timore di epidemie oppure di atti di violenza. Si, nella popolazione brindisina serpeggiava anche tale ultimo timore.
E’ necessario essere onesti e ricordare che, in quell’epoca, non solo la popolazione pugliese ma gli italiani stessi si interessavano poco o nulla dell’Albania vista solo come una casella geografica al di là dell’Adriatico chiusa al mondo ed ai suoi abitanti da un dittatore feroce.
Solo qualche anziano portava, nella cadenza delle rughe, il ricordo di una breve invasione militare in tale Paese – durata solo cinque giorni, nell’aprile del 1939 – guidata da Benito Mussolini che lo trasformò in un protettorato italiano.
Le fondamenta su cui si basa la moderna integrazione erano, agli inizi degli anni ‘90, un concetto lontano, se non addirittura inesistente.
La realtà migratoria intesa come fenomeno – ciò che è accaduto a Ceuta ne è l’attuale testimonianza – continua a navigare oggi su politiche incerte, su cui le potenze mondiali non sempre trovano concordanti punti di incontro.
E’ fuor di dubbio, infatti, che essa continua a rappresentare una sfida epocale per l’Italia – oggi, rispetto ad allora, a tutti gli effetti tra i principali luoghi di destinazione dei flussi migratori – e per l’Europa.
Gli albanesi regolari oggi presenti in Italia, molti dei quali con diritto di cittadinanza, sono oltre 400.000. Una realtà di residenti e di integrazione nel tessuto sociale e lavorativo tra le più stabili, con una elevata percentuale al Nord e in Lombardia in particolare.
Il 2030 è visto come il traguardo più che realistico per l’ingresso dell’Albania in Europa.
Tale progressivo cammino di avvicinamento – da sempre sostenuto ed incoraggiato dall’Italia – questo ponte di collegamento che costituirà una risorsa non solo per l’Albania ma per ogni nazione europea, è iniziato, probabilmente, proprio quella tragica e fredda notte di 37 anni fa.
Sono sicuro che quei lamenti racchiusi in fetide stive, quei dolori nei volti, quelle mani aggrappate alle funi delle navi tiranne, chiedevano solo di vivere questo momento.
Quel momento è arrivato. Il 2030 è vicino.








