La follia del disagio. Ancora un suicidio tra le Forze di Polizia

Il dramma di Sandra Manfrè, Vice Questore Aggiunto a Brindisi, riaccende i riflettori su un fenomeno che conta oltre 200 casi in cinque anni e che impone una riflessione seria sulle fragilità umane dietro le divise, troppo spesso ignorate dalle istituzioni

del Gen. B. G. di F. Dr. LUIGI DEL VECCHIO – Il recente suicidio a Brindisi, all’interno della locale Questura, di Sandra Manfrè, Vice Questore Aggiunto della Polizia di Stato in servizio alla Mobile di Brindisi, si pone come l’ultimo evento, in ordine temporale, in cui un rappresentante delle Forze di Polizia decide di togliersi la vita. 

Il contorno, lavorativo ed esistenziale, che ha accompagnato la funzionaria sino all’estremo gesto, ovviamente quello ufficialmente noto, non è purtroppo diverso dai contesti che hanno caratterizzato precedenti, analoghi fatti. 

Un profilo professionale serio e rigoroso, affidabilità e puntualità nel lavoro, un ottimo rapporto con i colleghi ed il personale, una carriera in sviluppo e progressione. Poi, uno stile di vita sano fondato sui valori della famiglia con il coniuge che svolge lo stesso mestiere e una bambina ancora in tenera età, un focolare domestico in cui tornare la sera dopo il lavoro. 

Insomma, nulla che avrebbe apparentemente fatto dubitare sulla sua fragilità a parte, a quanto si legge sui diversi organi di stampa che hanno riportato la notizia, l’inevitabile dolore per la recente scomparsa del padre. 

Eppure è successo, ancora una volta. Come Sandra, tanti altri poliziotti, carabinieri, finanzieri. 

I dati statistici sul fenomeno iniziano ad essere preoccupanti. Più di 200 suicidi negli ultimi cinque anni, già 24 nei primi sei mesi del 2025, una media di quattro al mese. Numeri che nascondono, inutile negarlo, l’esistenza di un autentico caso nazionale che, a livello istituzionale e governativo, andrebbe studiato, pubblicizzato ed analizzato più a fondo.

Il sostantivo disagio indica una sensazione di malessere, fisica e psicologica, che, quando si indossa una divisa, assume aspetti ancor più delicati. 

Non sempre, tuttavia, si ritiene opportuno far emergere il suicidio di una donna o di un uomo in divisa all’esterno. E’ un argomento scomodo da cui eclissare la cui nicchia di valutazione resta chiusa nelle impenetrabili stanze delle Amministrazioni di competenza e materia di studio di psicologi o pseudo esperti. 

Come a voler negare che un appartenente alle Forze dell’Ordine non possa avere problemi, tantomeno professionali o personali. 

A ciò, credo che a poco sia servita la creazione nel 2019 di un Osservatorio Permanente Interforze sui suicidi tra le Forze dell’Ordine voluto dal Prefetto Gabrielli. L’ennesimo Ente – uno dei tanti esistenti in Italia – per monitorare determinati fenomeni sociali. 

Intanto, qualche giorno fa a Brindisi, ancora un suicidio con la pistola d’ordinanza. Sandra ha premuto il grilletto lontano dai familiari, nascondendosi dai colleghi, chiudendo la porta del suo ufficio, rintanandosi nella fredda solitudine di quattro pareti che erano già divenute mura nemiche. 

Perché la follia del disagio conduce questi nostri figli incoscienti al suicidio? Perché nonostante la sicurezza di un lavoro stabile, sebbene rischioso e pieno di insidie, di una famiglia amorevole, la mente inizia ad elaborare piano piano il proprio personale lutto, la volontà di lasciare coscientemente tutto e tutti? Perché un poliziotto, come anche un finanziere, un carabiniere oppure un soldato, qualunque sia il loro grado, arriva ad essere dominato da quell’unico pensiero di morte? 

Difficile trovare la risposta. Addirittura, trovare una possibile giustificazione.

Del resto chi, fra noi, possiede quell’aura di onnipotenza da riconoscere i segnali che annunciano un dramma e riuscire a fermare una mano prima che prema un grilletto? 

Potrei dilungarmi ancora sulle statistiche e dire che, nei decenni scorsi, i casi di suicidio tra le Forze dell’Ordine erano fenomeni più che isolati oppure semplificare tutto sostenendo che le giovani generazioni sono emotivamente più deboli rispetto alle passate. 

Potrei ancora scrivere tanti bla, bla.. ma taccio. Non è il caso di parlare ora di tali argomenti a fronte dell’ultima tragedia. 

Il suicidio di un appartenente alle Forze dell’Ordine è, senza dubbio, una sconfitta per ognuno di noi. Una beffa del destino che devia il suo percorso mentre siamo distratti a guardare altrove, all’effimero e all’inutile, senza soffermarci sulle fragilità che il mondo ci pone, quotidianamente, dinanzi lo sguardo. 

E’ proprio alle fragilità dell’animo umano che dovrebbe essere rivolta la nostra attenzione. Tuttavia, lo sostengo da tempo, l’ho fatto anche nel corso della mia carriera professionale, tali debolezze dovrebbero essere analizzate e giudicate anche con severità, se necessario. E farlo sin dalle preliminari fasi concorsuali che consentono l’accesso nell’Esercito o in un Corpo di Polizia. 

L’animo umano e le reali, convinte motivazioni ad affrontare una vita professionale difficile e intrisa di disagi deve diventare la materia di esame privilegiata in un concorso statale così delicato. 

Ma taccio anche su questo e riconduco le mie parole al ricordo del Vice Questore Aggiunto Marfè che non conoscevo personalmente. 

Tuttavia, qualche mese fa, nel corso di un interessante convegno organizzato dall’U.N.U.C.I. di Brindisi proprio sul ruolo delle donne nelle Forze Armate e di Polizia, ho avuto la possibilità di ascoltare con interesse il suo qualificato intervento. 

Quel giorno, seduto tra il pubblico, avevo ammirato la pacatezza del suo animo, la sobrietà con cui raccontò la sua storia personale, la serenità con cui descrisse il duplice, delicato, ruolo di mamma e poliziotta. Avevo notato, ma fu solo una mia estranea impressione, un velo di malinconia nella profondità dei suoi occhi neri. 

La notizia del suo suicidio mi ha riportato a quel ricordo, a quell’immagine che reputai riconducibile alla stanchezza oppure a qualche preoccupazione inerente il delicato incarico. 

E’ triste ammetterlo, sicuramente non è così, ma probabilmente quegli occhi neri già guardavano oltre. Oppure, senza che neanche lei lo potesse intuire, avevano iniziato l’inesorabile percorso verso quell’oltre. 

La follia del suicidio è subdola, arriva all’improvviso anche quando è stata covata nell’animo per mesi, per anni. La follia del suicidio è cattiva, è più forte della stessa paura. 

Ed oggi le nostre gloriose divise, i nostri finanzieri, i nostri poliziotti, i nostri carabinieri, piangono un altro morto di cui nessuno, ancora una volta, è riuscito ad ascoltare il dolore. 

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