Dalla parte della Streusa, pensieri e parole fuori dal coro. Rubrica femminista, libera e onesta – Il 6 gennaio porta con sé un carico di simbolismi e antiquate costruzioni mentali difficili persino da individuare. Un’analisi sul personaggio emblema della festa
di PAMELA PANCOSTA – Accolgo il caloroso quanto ironico invito del Direttore Nardelli affrontando l’argomento in combinazione cronologica perfetta con l’uscita della mia rubrica settimanale: la Befana.
Sia chiaro che parlerò proprio della stridente nonnetta che ogni 6 gennaio promette carbone ai cattivi e meravigliosi doni a chi invece è stato buono durante l’anno appena passato.
Che poi i parametri di scelta sarebbero da rimodulare dati i repentini cambiamenti sociali, le nuove generazioni, il politicamente corretto e compagnia cantante.
L’Epifania non è altro che la trasposizione moderna di una combinazione tra riti di tradizioni agricole pagane molto antiche e figure germaniche che corrispondono alla personificazione femminile dell’inverno e della versione cristiana rappresentata da una ribelle anziana che non volle seguire i Re Magi verso Betlemme per omaggiare baby Gesù, pentendosene quasi subito e intraprendendo un viaggio infinito alla ricerca del figlio di Dio, distribuendo a profusione dolcetti ai bimbi del mondo sperando nel divino incontro.
Tra leggende e simbolismi il profilo ultimo è quello di una donna piuttosto avanti con l’età, un tantino sbilenca, i capelli grigio topo modello Pina Fantozzi, un naso più che aquilino adornato da uno o più porri (dicesi anche nevi verrucosi), pochi e radi dentuzzi, abiti logori e scopa di saggina al seguito.
Al pari del collega, il maschio alfa Babbo Natale, si cala dal camino per abbondare calze diligentemente appese di regali d’ogni tipo, dolciumi zuccherosi o residui di roccia nera combustibile.
Entrambi portatori di bene e gioia, ma l’uno rubicondo e giocoso, l’altra inquietante e scorbutica, ma solo con gli adulti. Per quale motivo non è usanza lasciare biscotti e latte ad accogliere la signora e perché l’immagine cupa e minacciosa è affidata ad una donna? Individuo del machissimo maschilismo.
Se nelle tradizioni pagane quelle che oggi chiamiamo befane rappresentavano il bene augurante passaggio dal vecchio al nuovo, con tanto di propiziatorio volo delle dame sui campi a scongiurare carestie e infruttuosità della terra, a partire dal Basso Medioevo quando divenne fondamentale fuggire ogni rappresentazione d’altri credi religiosi non cristiani, queste figure femminili vennero associate al male, alle streghe, le serve del Diavolo punite sul rogo rappresentato nell’epifanica immagine da una scopa di legno e saggina.
La sovversiva Epifania che brucia al termine del compito invece che ritirarsi in Lapponia a riposare fino al nuovo Natale, è un’immagine emblematica di tutto ciò che una donna non deve essere: libera, indipendente, forte. Almeno per quanto riguarda la cultura cattolica e cristiana.
Persino la bellezza è un lusso, non concesso tra l’altro. Una donna con del potere (magico anche) non può costituire un esempio positivo e auspicabile perciò nell’immaginario collettivo non è attraente, è isterica (basta pensare alla risata perfida della Befana, altro che “ho-ho-ho”!), è povera.
Un crogiolo di stereotipi che si fatica a superare grazie alle ingerenze di anni di berlusconismo italiano, supportato da una lunga serie di esternazioni misogine radicate nella società civile come nella politica.
In Italia quando si vuole offendere una donna si dice che è una Befana quindi brutta, antipatica e vestita pure male; soprattutto se è capace di far sentire le sue ragioni, si scontra con il muro degli oppositori del cambiamento, rimarca l’orgoglio di sentirsi a suo agio nel proprio corpo.
E noi donne spesso, ci auto sabotiamo definendoci tali. Almeno una delle nostre amiche oggi, ci ha inviato un whatsapp chiedendoci, con sarcasmo poco velato, se ci siamo riprese dal virtuale viaggio tra i comignoli.
Sarà complicato sovvertire le tradizioni, anche quelle più innocenti come quelle del “festeggiamento” di oggi.
Non vorrei di certo bruciare il buon Babbo Natale per parità di genere, ma solo poter mandare in vacanza la nostra anziana signora in un posto caldo e confortevole fino al prossimo 6 gennaio e che venissero inceneriti stereotipi anacronistici e opprimenti, che son vecchi di certo, ma non fanno fumo e inquinano meno.








