Un nuovo femminicidio sconvolge il Beneventano: a Paupisi, Salvatore Ocone uccide la moglie Elisa Porcino e i figli, prima di tentare la fuga. Una tragedia che riaccende il dibattito sulla violenza di genere e sul fallimento culturale di una società ancora intrappolata nel patriarcato
Gen.B. G.di F. Luigi Del Vecchio, scrittore – Il buio in cui, ancora oggi, vivono le donne è senza dubbio lo specchio di una società malata. È notizia di appena qualche giorno fa l’ennesimo caso di femminicidio, sfociato poi in dramma familiare.
Siamo a Paupisi, nel beneventano, un piccolo borgo abitato solo da un migliaio di anime. Elisa Porcino ha trovato la morte nel proprio letto, all’alba, trafitta con un masso preso nel giardino dal marito Salvatore Ocone. Un’altra mamma e moglie uccisa e punita, il suo corpo sacrificato alla follia di un marito apparentemente mite che, all’improvviso, si è tramutato in una belva assassina.
“Venivano sempre a messa la domenica“, ha dichiarato il parroco del paese alla stampa. “Si preparavano a festeggiare il quarto di secolo trascorso insieme, il prossimo 19 ottobre”, ha ricordato il Sindaco.
Dopo l’insano gesto e con le stesse, brutali, modalità, l’uomo ha ucciso il figlio e ridotto in fin di vita la figlia, entrambi minorenni. Con i corpi esanimi dei due ragazzi si è dato, poi, ad una inutile e disperata fuga a bordo della propria autovettura conclusa, dopo qualche ora, nelle campagne vicino Campobasso.
“Era troppo autoritaria, aggressiva”, ha detto agli inquirenti subito dopo l’arresto, quasi a giustificarsi.
Le riflessioni, all’indomani di questo ennesimo fatto di sangue, sono molte. Evocano, senza dubbio, un’unica verità: anche l’individuo più insospettabile custodisce nell’animo quel tarlo malevolo che può condurlo alla follia.
L’opinione pubblica è, ormai, abituata a leggere cronache che annunciano il triste epilogo di relazioni sentimentali segnate dal controllo asfissiante e dalla violenza, spesso invisibile, del maschio che tale si considera per volontà divina.
Il delirio e la furia omicida che spinge taluni uomini – possiamo ancora definirli così? – a privare della vita la propria compagna, come anche un’estranea incrociata per strada oppure colei che li ha sentimentalmente respinti continua ad essere la spia di un meccanismo psicologico complesso.
È in tale ingranaggio, non certo nella manciata di inutili chiacchiere di opinionisti televisivi, che è necessario indagare per arginare un fenomeno caratterizzato da dati allarmanti nella loro entità.
In Italia, sulla base delle statistiche fornite dal Servizio Analisi Criminale del Ministero dell’Interno, si sono verificati nel 2024 ben 113 femminicidi
- Su 300 omicidi in totale – e innumerevoli casi di tentati omicidi e di violenze fisiche, psicologiche, sessuali ed economiche in danno della donna.
Il genere della vittima è, quindi, una motivazione fondamentale nella commissione del reato commesso, nel 93% dei casi, per mano di un uomo.
I primi sei mesi del corrente anno segnano, per fortuna, una leggera flessione del fenomeno rispetto agli anni precedenti. Probabilmente – c’è solo da sperarlo – ciò è dovuto alla introduzione, in seguito alla drammatica morte di Giulia Cecchettin poco meno di due anni fa, di severe misure legislative.
In primo luogo, l’uso del braccialetto elettronico per monitorare gli aggressori ma, soprattutto, il Disegno di Legge per la “Protezione delle donne in pericolo” in cui si prevede l’arresto in flagranza differito sino a 20 giorni.
Seppure i dati siano in diminuzione – e nonostante i necessari interventi normativi – le barbarie di un ex marito, un ex fidanzato, un ex datore di lavoro oppure di un estraneo, nei riguardi delle donne, assumono le dimensioni di un problema sistemico radicato in una cultura che ancora coltiva retaggi antichi.
Il recente caso di Paupisi – ma possiamo citarne tanti altri analoghi – ne è l’ulteriore dimostrazione. L’uomo non perde il vizio di esercitare sulla donna il suo controllo, il suo
potere e dominio, la sua gelosia patologica.
Ma cosa si cela nella mente di un individuo un attimo prima di piombare nell’assurdo inferno omicidiario che lo trasforma in un femminicida?
È forse questa la classica domanda impossibile che tenta di far ordine nel caos ma non ho dubbi sulla risposta. È nell’insistenza del sistema patriarcale, nella volontà di imporlo anche in tempi moderni, il motivo principale della violenza di genere.
Ciò, senza dubbio, costituisce un fallimento della nostra società nel suo insieme. Una società abitata da esseri tracotanti e crudeli che non hanno ancora accettato una concezione pienamente paritaria del rapporto di coppia, che non sanno cosa sia davvero l’amore, che considerano la donna come un oggetto privo di valore, un essere da
deumanizzare.
Le soluzioni legislative appena citate costituiscono l’inizio di un percorso normativo improntato ad una maggiore severità che, auguriamocelo, oltre alla certezza della pena, possa porre fine ad una violenza continuata e ripetuta.
“Finchè ci sarà una sola donna minacciata in quanto donna, noi non avremo pace”, dice Lidia Ravera. Quanto espresso sul tema dalla grande scrittrice è ben più autorevole del modesto pensiero di chi scrive, ben più eloquente di qualunque discorso, retorica o articolo. Le parole rappresentano un mezzo incredibile per plasmare – se usate correttamente e saggiamente – la consapevolezza sociale e per trasformare le mentalità.
È vero, nessuna donna avrà mai pace fin quando un’altra donna subirà violenza in quanto tale. È solo ttraverso il raggiungimento di tale convinzione che sarà possibile costruire un mondo in cui esse siano al sicuro e rispettate.
Gli uomini devono impegnarsi a realizzarlo. Ma, soprattutto, devono impegnarsi ad annullare la violenza, tra le mura domestiche o al di fuori di esse, ad adoperarsi per fermarla.
Devono “imparare” a conoscere i sentimenti, non cancellarne la bellezza.
dPrima che sia troppo tardi.








