LO STATO DRITTO – Un’analisi sulle criticità ambientali, paesaggistiche e socio-economiche del progetto previsto in contrada Mogale, con una riflessione sulle possibili alternative di sviluppo sostenibile
di ENZO GRECO, Generale CC. già Direttore Ufficio analisi e valutazione strategica della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Ci sono solide ragioni per sostenere che un Resort di lusso non può essere realizzato sulla costa di Ostuni. Quello principale, a mio avviso, è che il tratto di interesse riguarda una delle ultime zone costiere relativamente integre della Puglia adriatica, con alto valore paesaggistico, ambientale e identitario.
La costa tra Ostuni, Fasano e Brindisi include aree protette come il Parco Naturale Regionale delle Dune Costiere (dune, macchia mediterranea, zone umide) e riserve marine come Torre Guaceto. Queste rarità naturali, tra l’altro, ospitano una biodiversità rilevante per cui è facile imbattersi in tartarughe marine, avifauna e una vegetazione unica.
La Puglia, inoltre, vanta un’eccellente qualità delle acque di balneazione (al primo posto in Italia da anni), ma il modello di sviluppo intensivo rischia di comprometterla attraverso il consumo di suolo, l’inquinamento e la probabile pressione idrica.
Il progetto avviato su circa 9 ettari in contrada Mogale di Ostuni, riconducibile a investitori come Omnam Group e potenzialmente Four Seasons, è preteso in una zona di elevato pregio rurale-costiero, in prossimità di lame (valloni carsici) e oasi faunistiche e, per tale ragione, la Soprintendenza ha espresso il parere contrario alla citata pianificazione, perché, come ha chiarito, «produrrebbe alterazioni irreversibili» al paesaggio ostunese.
I rischi concreti possono evidenziarsi in primo luogo nel consumo di suolo e nella seguente cementificazione poiché nuovi edifici, piscine e infrastrutture alterano irrimediabilmente un paesaggio rurale che definisce l’identità della Regione Puglia; in un oneroso impatto sulla biodiversità, derivante dall’interferenza con i corridoi ecologici, le dune e le aree protette e per un inevitabile aggravio dell’emergenza idrica, considerato che la Puglia soffre una siccità ricorrente ed un Resort con le caratteristiche dichiarate, ad alto consumo pro-capite, non può far altro che peggiorare la situazione in una Regione già stressata in questo settore.
Per quanto concerne le norme e i vincoli, il PPTR (Piano Paesaggistico Territoriale Regionale Puglia) e la Legge Galasso (300 metri dalla costa), impongono delle tutele severe, con una inedificabilità relativa o assoluta in molte fasce costiere mentre l’amministrazione comunale di Ostuni (con PRG e regolamenti edilizi), fino al mese di aprile 2026, ne enfatizzava la sostenibilità e l’integrazione paesaggistica.
La ZES Unica (Zone Economiche Speciali), ossia lo strumento semplificato per attrarre investimenti produttivi nel Mezzogiorno (tutt’altro genere di attività rispetto a quella ricettiva e/o alberghiera), in questo caso è criticabile perché instaura procedure che aggirano le normali valutazioni ambientali e urbanistiche.
Al riguardo, Legambiente, Italia Nostra e comitati locali (Libero Comitato per la Salvaguardia della Costa di Ostuni) hanno presentato ricorsi al TAR proprio per questo motivo. I pareri negativi della Regione Puglia (Agricoltura/Ambiente) e della Soprintendenza rendono di fatto il progetto vulnerabile legalmente.
Con riferimento all’impatto socio-economico e all’overtourism, una probabile privatizzazione del mare, attraverso la realizzazione di Resort esclusivi, rischia di limitare l’accesso pubblico alla spiaggia, trasformando beni comuni in risorse private, come peraltro già accade, da oltre 50 anni, in altri tratti di costa ostunese laddove villaggi, con urbanizzazione estesa, hanno inglobato e reso privati notevoli tratti di spiaggia impedendo di fatto e, comunque, per nulla agevolando l’accesso alle spiagge dei non residenti.
Non può negarsi peraltro anche un overtourism in quanto Ostuni e la Puglia crescono (+5% di presenze), ma con problemi di congestione, affitti brevi, abusivismo e perdita di identità. Un mega-resort non può far altro che amplificare la pressione sulle infrastrutture, sulla gestione dei rifiuti e sui prezzi degli immobili, che non garantiscono un ritorno di benefici diffusi per la comunità locale.
A mio parere, un modello alternativo di sviluppo esiste già poiché la Puglia eccelle con masserie restaurate, trulli, agriturismi e turismo esperienziale (enogastronomia, oleoturismo, cicloturismo).
I citati manufatti ristrutturati sono la scelta vincente per un turismo di qualità di Ostuni e dell’Alto Salento in genere, perché preservano l’identità del territorio, attraggono clienti con capacità di spesa e, comunque, sensibili all’autenticità del luogo.
In sostanza, come sappiamo, si tratta di tipiche abitazioni rurali pugliesi, già esistenti, immerse negli uliveti secolari, restaurate e recuperate nel rispetto architettonico tradizionale, con zero o minimo consumo di nuovo suolo, che offrono lusso autentico, impatto ambientale ridotto e soprattutto, nel rispetto del paesaggio, integrate nel contesto rurale.
Questo genere di accoglienza inoltre genera un’occupazione più distribuita e sostenibile rispetto a un singolo grande Resort e rappresentano senza dubbio un’alternativa eccellente e più sostenibile rispetto a quanto si vuole realizzare sulla costa di Ostuni.
In favore del progetto di Mogale, per precisione, si può anche argomentare una probabile potenziale occupazionale (cifre dichiarate alte), investimenti esteri e turismo di elevate qualità di spesa che valorizza il territorio. I proponenti parlano di «volumi ridotti e di uno sviluppo responsabile». Tuttavia, i benefici economici spesso si concentrano su poche persone (molto poche), mentre i costi ambientali e paesaggistici a carico della collettività sono permanenti.
Il Resort non può essere realizzato sulla costa perché contrasta con le tutele paesaggistiche e ambientali vigenti e rischia di danneggiare irrimediabilmente un patrimonio unico (paesaggio rurale-costiero che attira turisti proprio per la sua integrità).
Come si è detto, ci sono alternative più sane come la riconversione di strutture esistenti e/o progetti di piccola-media scala integrati nel tessuto locale, che potrebbero favorire lo sviluppo dell’entroterra collinare, a mio parere, eccezionale ricchezza del territorio ostunese.
CONFRONTO MASSERIE ESISTENTI E NUOVO RESORT COSTIERO
MASSERIE ESISTENTI – NUOVO RESORT SULLA COSTA
Impatto ambientale: minimo (recupero esistente) – elevato (nuovo cemento, acqua).
Accesso al mare: vicino e non privatizzato – diretto e potenzialmente esclusivo.
Autenticità: elevata – media-bassa (standard catene alberghiere).
Capacità e impatto turistico: diffuso, piccolo-medio – concentrato, alto rischio overtourism.
Costo/notte: variabile (200-600 euro e oltre) – probabilmente più alto.
Occupazione locale: ampia sulla filiera agro-contesto – prevalentemente su servizi generici.
La priorità per qualificare il territorio di Ostuni appare senza dubbio la rigenerazione ed il recupero dell’edilizia rurale esistente, oltre che avviare un turismo sostenibile e diffuso, con limiti chiari alle nuove costruzioni costiere nel pieno rispetto delle VIA (Valutazioni di Impatto Ambientale) senza scorciatoie ZES.
In conclusione, il territorio di Ostuni è senza dubbio uno dei luoghi più emblematici della Puglia, sia per la peculiarità del suo nucleo storico definito la “Città Bianca”, sia per l’equilibrio tra mare, campagna, ulivi e storia.
Sacrificare questa armonia per un Resort esclusivo sulla costa sarebbe un grave errore strategico nel lungo periodo. Il vero lusso della Puglia è distinto nella sua autenticità preservata e per tale motivo abbiamo il dovere di tutelare questa ricchezza per trasmetterla, quanto più possibile immutata, alle future generazioni.
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