IN PUNTA DI PENNA – L’editoriale di Alessandro Nardelli, Premio Segni di Pace 2026 e direttore di In Puglia 24 – La Liberazione non è solo una ricorrenza storica ma un impegno civile attuale: la pace non è un’eredità acquisita, ma una responsabilità da costruire ogni giorno
di ALESSANDRO NARDELLI – Il 25 aprile, per me, non è mai stato soltanto una data. È un passaggio. È una linea di confine tra ciò che siamo stati e ciò che scegliamo di essere ogni giorno. È il momento in cui la storia smette di essere racconto e diventa responsabilità.
Trovo sia necessario guardare a questa ricorrenza con uno sguardo sempre più consapevole. Non celebrativo, ma interrogativo. Perché la vera domanda non è cosa sia stato il 25 aprile. La vera domanda è cosa rappresenti oggi.
Rappresenta, innanzitutto, una scelta.
La scelta di chi non accetta la logica della sopraffazione, non si piega alla legge del più forte e vuole costruire un futuro fondato su libertà, giustizia e democrazia. È da lì che nasce la nostra Repubblica. È da lì che nasce la nostra identità civile.
Ma sarebbe un errore considerare tutto questo come qualcosa di acquisito.
Le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella lo ricordano con estrema chiarezza: «La lotta di Liberazione è una pagina fondante della storia repubblicana… la legge del più forte genera barbarie». Un richiamo che non appartiene solo al passato, ma che parla direttamente al presente.
Ancora più forte è un altro passaggio, che dovrebbe interrogarci tutti: «Libertà e pace non sono elementi o fatti acquisiti una volta per tutte». Sono beni fragili. E proprio per questo richiedono cura, attenzione, responsabilità.
Viviamo in un tempo in cui la guerra non è più lontana. È presente, quotidiana, spesso normalizzata. In molte parti del mondo, uomini, donne e bambini continuano a vivere sotto il peso della violenza, privati dei diritti fondamentali, della libertà, della possibilità di scegliere il proprio destino.
In questo scenario, parlare di pace non può essere un esercizio retorico.
Per me, la pace non è un concetto astratto. Non è una parola da utilizzare nei momenti solenni. È una pratica. È un metodo. È un modo di stare nel mondo.
È un lavoro lento. Ma necessario.
Per questo il 25 aprile non può ridursi a celebrazione. Deve diventare coscienza.
Coscienza civile.
Coscienza sociale.
Coscienza collettiva.
Non servono gesti eclatanti per costruire la pace. Basta sedersi l’uno accanto all’altro, condividere, ascoltare. In un mondo che continua a mostrarci la brutalità della guerra, la risposta più forte resta quella della relazione, della comunità, della responsabilità condivisa.
Perché la pace non si dichiara.
Non si invoca quando serve.
La pace si costruisce. Ogni giorno.
Ed è esattamente questo, oggi, il senso più profondo del 25 aprile.








