25 novembre. Il cambiamento è possibile, a partire dalle parole

Dalla parte della Streusa, pensieri e parole fuori dal coro – Un viaggio nella violenza di genere che attraversa storia, cultura e linguaggio, per ricordarci che il cambiamento nasce dalle parole, dall’educazione e dal coraggio di non tacere

di PAMELA PANCOSTA – Si comincia da qui, dal 25 novembre. È la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, una data precisa per dare risalto ad un fenomeno che non accenna ad affievolirsi.

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite l’ha proclamata ufficialmente nel 1999, in ricordo del brutale assassinio delle sorelle Patria, Minerva e María Teresa Mirabal, attiviste contro la dittatura di Rafael Trujillo presidente della Repubblica Dominicana nel 1960, particolare che forse in pochi conoscono.

Il movimento femminista ha però radici più antiche e già negli anni Ottanta aveva scelto la triste ricorrenza come proprio simbolo. Secondo i dati forniti dall’Osservatorio Femminicidi Lesbicidi Transcidi in Italia di Non Una Di Meno sono più di 90 i femminicidi accertati, 68 tentati. Morti indotte da violenza di genere e eterocispatriarcale che riguardano anche transicidi, lesbici, suicidi e figlicidi.

Pare quasi una triste “filastrocca” dell’orrore, una cantilena terrificante che risuona a livello globale e che assume contorni più drammatici di giorno in giorno.

La chiamano lotta, in definitiva una guerra vera e propria provocata dal maschilismo imperante che ai giorni nostri stona, è anacronistico, ma attuale e dilagante come in
nessun’altra epoca storica.

L’influenza della comunicazione veloce e alla portata di tutti avrebbe dovuto supportare la svolta, la conoscenza, il risveglio delle coscienze, ma nella realtà mostra di essere una delle cause della sedimentazione del pensiero maschilista, dell’odio verso le donne, dell’incapacità degli uomini di accettare la parità di genere e di sesso.

Mancano di pensiero critico, folgorati da immagini e racconti facili da travisare, esempi di una realtà costruita ad hoc per raggiungere obiettivi puramente commerciali. Tra un video e un commento intriso di supremazia misogina si fortifica la difficoltà dei giovanissimi di assumere comportamenti appropriati nei confronti delle proprie compagne sia nelle espressioni dei primi contatti sentimentali che dei primi approcci sessuali.

Giovani uomini a volte riuniti nel branco per affermare quella virilità. imprescindibile, esasperano quel senso di superiorità appresa in famiglia che si aggrava e sfocia nella crudeltà, mostrata senza filtri e con spaventosa soddisfazione.

“Prima di andare in discoteca deve chiedermi il permesso” tuonava un ragazzo non ancora maggiorenne intervistato in un centro commerciale non molto tempo fa, sottolineando senza pudore che al contrario nulla era dovuto.

Il video postato sulle piattaforme social aveva destato stupore e incredulità e non solo per l’assurdità della cosa, ma tanto per i commenti a favore del ragazzo che a dir dei coetanei, stava solo esercitando il suo diritto di maschio.

Appare ancora più insensato che a giustificare cotanta insolenza siano molte giovani donne. Il fidanzato geloso apostrofato come “il mio malessere” è raccontato e mostrato con orgoglio dalle ragazze oggetto di attenzioni improprie e di quella sottile, ma non troppo, violenza psicologica, fortificando un trend pericoloso e irresistibile.

L’educazione sessuo-affettiva potrebbe innescare il cambiamento necessario per invertire la rotta, ma “ahinoi” ancora miraggio in Italia osteggiata dalla fazione più bigotta dell’italica politica che del sesso interpretato come peccato ne è ossessionata, almeno quello praticato da altri. E dire che in Svezia dove è obbligatoria dal 1955 il gender gap appare ormai quasi inesistente, dimostrando di essere un modello educativo efficace.

D’altra parte conoscere il proprio corpo, l’importanza del consenso e del rispetto dell’altro dovrebbe essere alla base di qualsiasi società che voglia ritenersi civile.

L’esempio del paese scandinavo si riflette anche sulla bassa incidenza di gravidanze indesiderate in particolar modo tra le adolescenti, che si traduce in un numero più esiguo aborti praticati, nel caso, in totale sicurezza.

Dove la cultura della parità è consolidata, sono sempre meno gli episodi di violenza, che vengono denunciati senza il timore di ripercussioni e il governo stesso si impegna per intervenire con strumenti idonei, come riportato nel libro della politologa Flavia
Restivo “Gli svedesi lo fanno meglio” (ed. Rizzoli).

Le donne hanno paura, non ripongono fiducia nelle istituzioni in Italia e in molte altre parti del mondo, preferiscono tacere, nascondere e anche quando la forza glielo consente, sovente non vengono ascoltate, ma addirittura tacciate di superficialità o additate come causa scatenante della violenza, meritata per giunta.

A Roma ha aperto il MuPa – Museo del patriarcato, progetto ideato da ActionAid ambientato in un ideale anno 2148 senza disparità, un viaggio a ritroso dal futuro ai giorni nostri dove le disuguaglianze sono all’ordine del giorno. Basti pensare al Presidente degli Stati Uniti che può permettersi di zittire una giornalista senza ricevere risposta alcuna o la presidente del Consiglio dei Ministri in Italia pretendere la declinazione al maschile perché ritenuta ancora l’unica degna di considerazione.

Le parole contano e hanno un peso importante, è dallo scritto, dal parlato che parte il confronto e se fin dal principio la comunicazione risulta viziata nella forma anche i comportamenti e i sentimenti che ne seguono troveranno terreno fertile per discriminazioni, ostilità e livore.

Chiamare una dottoressa, un’avvocata, un’ingegnera “signorina” ne sminuisce e mortifica la professionalità, l’importanza, il valore. Perché un uomo non viene mai chiamato “signorino”? Suona male, ma solo perché siamo ancora abituati a sottolineare con una certa dose fierezza il ruolo sociale e lavorativo, la potenza della posizione economica, raggiunta senz’altro con onestà e sacrificio, senza dover ricorrere per forza a mezzucci, come all’opposto siamo soliti pensare capiti spesso alle donne in carriera, qualunque sia l’ambito scelto. Lo abbiamo pensato tutti, almeno una volta nella vita, bisogna riconoscerlo, ma di fallocentrismo si può guarire attraverso il sapere, lo studio, in confronto leale.

La violenza si nutre di parole sbagliate, di interpretazioni legate ad un immaginario comune ormai logoro e superabile.Trovo sia utile fare riferimento e riascoltare il monologo di Paola Cortellesi ai David di Donatello del 2018 scritto dal giornalista e semiologo Stefano Bartezzaghi.

Dai sorrisi a denti stretti all’intensa mimica facciale racconta attraverso cliché, paroline, modi di dire come funziona il sessismo, quanto è radicato e come sia facile, quasi naturale lasciarsi travolgere dall’ondata di ma schilismo nel quale rischiamo di affondare ogni giorno, anche noi donne. È la manifestazione di un pensiero onesto e libero che sarebbe utile condividere nelle scuole, come l’opera prima della regista romana “C’è ancora domani” che di David ne ha ottenuti sei, oltre a diversi premi internazionali. Insegnando ai bambini che il rosa è un bellissimo colore che possono indossare tutti purché piaccia, che non esiste divieto per le bambine di giocare con le macchinine che sarà possibile aprire un varco e si potrà rimanere nel giusto percorrendo una strada comune verso l’eliminazione della violenza.

E non è mai troppo presto per insegnare che la conquista dei diritti delle donne è faccenda recente, che il primo passaggio alle urne lo abbiamo ottenuto solo il 2 giugno 1946, e che la strada seppur molto lunga e impervia, dolorosa è indispensabile per il vivere sereno delle generazioni future e per restituire dignità a quelle del passato, alle vite spezzate in nome di un sentimento che non ha nulla a che fare con l’amore.

“Te però sei ancora in tempo”, “Pure te Mà”. Da Delia e Marcella e il loro dialogo troviamo spunto, portiamo avanti il discorso, non smettiamo di parlare, batterci, farci sentire anche il giorno dopo, possibilmente insieme, senza colori.

Dobbiamo continuare fare rumore, ancora più rumore.

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