Le aggressioni agli insegnanti, anche con armi, nelle scuole. Analisi e valutazioni

LO STATO DRITTO – Aggressioni agli insegnanti e uso di armi tra i giovani: un fenomeno ancora limitato nei numeri ma crescente nei segnali, tra disagio sociale, cultura della violenza e necessità di prevenzione sistemica

di ENZO GRECO, Generale CC. già Direttore Ufficio analisi e valutazione strategica della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Le aggressioni armate nei confronti degli insegnanti sono sporadiche in termini assoluti, ma molto gravi per pericolosità, impatto simbolico, trend evidente di diffusione delle armi tra i minori e, per tale ragione, il tragico episodio avvenuto il 25 marzo 2026, nei corridoi dell’Istituto “Leonardo Da Vinci” di Trescore Balneario (Bergamo), lo ha riportato drammaticamente all’attenzione pubblica.

Nella circostanza, uno studente di 13 anni ha accoltellato ripetutamente alla gola e all’addome una docente di 57 anni, ferendola gravemente. Il minore aveva annunciato il suo proposito sui social, ha filmato l’aggressione in diretta su Telegram, indossava una maglietta con la scritta “Vendetta” e nello zaino aveva una pistola scacciacani mentre a casa sono stati trovati materiali potenzialmente esplosivi. Questo caso non è isolato nel panorama più ampio della violenza giovanile e rientra in un contesto dove l’uso di armi da taglio a scuola è in forte crescita.

Il Ministero dell’Istruzione e del Merito, nel suo monitoraggio istituzionale, rileva solo le aggressioni segnalate (fisiche o verbali gravi) contro tutto il personale scolastico osservando che nell’A.S. 2023/2024 sono avvenuti 71 episodi totali; nell’A.S. 2024/2025 sono diminuiti a 51 e nei mesi di settembre-dicembre 2025 ha riscontrato solo 4 episodi (calo dell’81% rispetto allo stesso periodo precedente). Le vittime sono in prevalenza insegnanti (80% dei casi) mentre gli autori sono in misura quasi paritaria tra studenti (45%) e familiari (48%). Non esiste un dettaglio ufficiale su casi indicati “con armi” e la maggior parte risultano essere episodi senza armi e si manifestano con spintoni, schiaffi o minacce.

Un sondaggio del 2025, svolto dall’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR su circa 20.000 studenti tra i 15-19 anni, evidenzia che il 3,5% (87.000 studenti delle superiori) ha usato un coltello o altra arma bianca a scuola per intimidire o ferire qualcuno (1,4% nel 2018), il 3,6% ha dichiarato di aver colpito un insegnante nell’ultimo anno (il triplo rispetto al 2018) e il 5% ha provocato danni fisici gravi a qualcuno. I dati confermano un’escalation della violenza giovanile armata, anche se non sempre rivolta specificamente contro i docenti.

I dati registrati dal Ministero dell’Interno invece rilevano che i minori segnalati per porto di armi improprie (coltelli, tirapugni, ecc.) sono passati da 778 nel 2019 a 1.946 nel 2024, con ulteriori 1.096 casi solo nel primo semestre 2025 e denotano che le lesioni dolose commesse da under-18 con armi bianche sono in aumento in diverse città italiane.

I risultati citati mostrano che le aggressioni totali registrate dal MIM sono in calo, probabilmente anche per le misure repressive del governo, ma l’uso di coltelli tra i ragazzi è in forte crescita e gli episodi armati (come quello di Bergamo) descrivono la punta più evidente e pericolosa di un iceberg di fragilità.

Ulteriori analisi e valutazioni specificano che molti episodi nascono da conflitti personali o “vendette” percepite e le azioni derivano da fattori multipli e interconnessi, che rivelano in primo luogo le tante fragilità personali e familiari tra i quali un rendimento scolastico scarso, contesti di comunità, uso di sostanze stupefacenti o di alcol (che triplicano il rischio dell’uso di armi). Nel contesto in esame, i social e la condivisione degli episodi violenti amplificano il fenomeno; il 13enne di Bergamo in una lunga lettera aveva manifestato il suo grave disagio (non percepito dai familiari ed evidentemente neanche in ambito scolastico) annunciando online quello che poi in pratica avrebbe messo in atto.

Non si tratta di un’emergenza “epidemica” generalizzata (su milioni di studenti gli episodi armati restano eccezionali), ma di un segnale chiaro di disagio crescente tra gli adolescenti, che si mostra con violenza.

Le misure introdotte dal Governo (aumento delle pene, arresto in flagranza o quasi, risarcimento dei danni morali e d’immagine agli insegnanti aggrediti) sembrano produrre risultati concreti sul fronte delle aggressioni registrate ma evidentemente le norme repressive, recentemente introdotte, da sole non bastano!

L’aumento esponenziale dell’uso di coltelli tra i giovani indica che il problema è culturale e dunque punire dopo che gli episodi sono avvenuti non riduce il disagio di fondo. La scuola rimane un luogo relativamente sicuro rispetto alla strada, ma la percezione di insicurezza cresce e il caso di Bergamo evidenzia rischi di emulazione e di atti premeditati con elementi di “spettacolarizzazione” come i live streaming.

Dal punto di vista della sicurezza pratica l’utilizzo nelle scuole del metal detector su richiesta dei presidi (il 60% degli studenti intervistati è favorevole) può essere un deterrente come potrà esserlo il divieto esplicito della detenzione di armi e le sanzioni per il possesso di coltelli da parte di minori, ma anche queste misure potrebbero non bastare qualora la prevenzione non coinvolga anche le famiglie. Quest’ultimo aspetto potrebbe essere curato istituendo tavoli dedicati locali che riflettano sui temi della convivenza civile (educazione civica, diritti umani, violenza di genere, bullismo e uso di alcol e droghe), a cui dovrebbero intervenire appunto le famiglie, i rappresentanti della scuola, gli amministratori locali, gli assistenti sociali e perché no anche le associazioni culturali, che lavorando in sinergia potrebbero individuare le difficoltà emergenti e mettere in pratica percorsi di mediazione, di integrazione e di sostegno per i giovani e per i nuclei familiari più fragili (anche un solo minore escluso dal ciclo educativo può essere un fallimento per la nostra società).

Un ulteriore aspetto, a mio avviso importante, è quello che riguarda la “crisi di autorevolezza della scuola” e dunque l’endemico calo del rispetto verso gli insegnanti, spesso esasperato da genitori che “difendono” i figli. A tal riguardo, vale la pena di segnalare l’eccessiva “familiarità” tra insegnanti ed alunni. La prevalenza dei docenti ormai, quasi sempre, si rivolge con eccessiva confidenza agli studenti, anche giovanissimi, dando loro del “tu” che di conseguenza ricevono dagli studenti, con esiti che spesso sconfinano e superano i limiti. Anche in questo caso (ma non solo), probabilmente, il buon esempio degli adulti sarebbe utile per favorire e pretendere il dovuto e doveroso rispetto.

In conclusione, le aggressioni armate contro gli insegnanti, che danneggiano il patto educativo, restano casi isolati ma inaccettabili. Il calo degli episodi totali è un segnale incoraggiante, ma l’aumento dell’uso di armi tra i giovani richiede un approccio sistematico che comprenda la fermezza nella risposta penale e l’investimento deciso nella prevenzione e nel supporto psicologico. La scuola deve tornare ad essere un luogo di autorevolezza e di protezione, non di paura. Solo così si tutela non solo gli insegnanti, ma l’intera comunità educativa.

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